Marco Belinelli: "Finalmente ho dimostrato all'Nba quanto valgo"

Ko Gallinari e Bargnani, Belinelli è l'unico italiano nel basket Usa. È alla sesta stagione

Marco Belinelli non ha troppa voglia di raccontare la sua sesta stagione nel mondo Nba. I suoi Chicago Bulls sono alle prese con il primo turno di play-off contro i Brooklyn Nets e per la guardia di San Giovanni in Persiceto - la serie dopo due partite è in perfetta parità - non è ancora tempo di bilanci. Di fatto, dopo aver trotterellato a destra e sinistra alla ricerca della sua vera identità a stelle e strisce, il Beli è finalmente riuscito a dimostrare che in America può ancora fare la differenza. «I play-off Nba sono un campionato nuovo dentro una stagione ricca di colpi di scena, il gioco si fa duro, tutti ti mettono le mani addosso e il livello del gioco si alza in maniera notevole. Io ce la metto tutta come sempre e personalmente mi aspetto di andare avanti: ce la possiamo giocare con tutti».

A parole sembra facile, in campo invece è tutta un'altra cosa. Qual è il segreto?

«Non aver paura e continuare a fare quello che ti riesce meglio. Nella Nba ti confronti quotidianamente con i migliori giocatori al mondo e chiaramente quando il livello del gioco si alza, beh diventa tutto più difficile. Io, comunque, mi trovo a mio agio».

Che effetto fa essere l'unico italiano in gioco se pensiamo agli infortuni che hanno messo ko sia Bargnani che Gallinari?

«Mi spiace per loro, soprattutto per Danilo (Gallinari ndr) considerato che stava facendo molto bene e la rottura dei legamenti è una brutta gatta da pelare».

A distanza di sei anni dal primo passo nel mondo Nba che cosa è cambiato?

«Molto ma anche nulla. In prima persona non ho mai smesso di crederci, poi ci sono gli alti e bassi ma in un certo senso entrambi fanno parte del gioco. Quest'anno penso di aver finalmente dimostrato il mio vero livello e quindi, in qualche senso, me la godo».

Da uno a dieci quanto è stato difficile riuscire a dimostrare che Marco Belinelli non merita ancora di ritornare in Europa?

«Ho solo dovuto aspettare il mio momento e finalmente a Chicago è arrivato. Non che prima le cose andassero in maniera diversa, ma questa è la stagione in cui ho avuto modo di dimostrare il mio valore e rendermi utile per la squadra».

Quanto Chicago è una città particolare?

«È molto bella, è malata di basket e considerato quanto è accaduto in passato, si aspettano tutti sempre qualcosa in più».

Intanto l'idolo di casa Derrick Rose è ancora fuori. Si allena ma psicologicamente non vuole scendere in campo. Quanto vi costa questa assenza?

«Tanto ma allo stesso tempo siamo abituati a convivere con questa situazione da inizio anno, quindi nessuno cade dalle nuvole. Il suo rientro? Domanda impossibile a cui rispondere».

Se Chicago vince pesca Miami.

«Un passo alla volta. Prima i Nets».

Qual è il ricordo più bello che porta con sé di questa stagione?

«Non ne ho uno in particolare ma mi piace concentrarmi sulle belle cose che sono state dette sul mio conto. Non voglio dire che in molti non ci hanno mai creduto ma essere qui a rappresentare l'Italia nei playoff Nba... insomma, è una bella soddisfazione».

E la nazionale.

«Io ci sono. Il progetto c'è e spetta a noi far vedere che siamo una nazione da primi posti».