L'Inter spreca, San Siro la fischia

Nerazzurri bloccati sullo 0-0 in casa dal Chievo, l'Europa si allontana. Mancini: "Delusione giusta, fallite troppe chance"

Milano - Fischi e fiaschi per l'Inter. Più onesti i fischi, più preoccupanti i fiaschi. Nessun gol eppure Mancini ha contato 24 tiri, altri solo 15. Sempre troppo, soprattutto nella riga dei tiri sbagliati: cioè tutti. E alla fine ha ammesso: «Avrei fischiato anch'io, siamo stati imprecisi ed è l'unica cosa che mi ha deluso». Accomodante a dispetto di certa tensione vista in panchina. Chiuderla così è un po' banale per un tecnico e una squadra che, anche ieri, hanno buttato l'occasione per agganciare l'Europa. Il campionato è generoso, offre opportunità perfino impensabili, eppur l'Inter gioca come ci fosse solo in palio la coppa del nonno, i suoi giocatori sembrano un indefesso clan di bamboccioni che non mettono il sale nella partita e dimenticano il pepe.

Il finale del match di Udine non è servito a svegliare la svagata compagnia. Gli errori al tiro non sono stati neppure compensati da una imperforabilità difensiva. Il Chievo è venuto per difendersi, ha raccontato Mancio. E cosa doveva fare? E che altro devono pensare squadre votate al sano provincialismo calcistico? Venire a San Siro e provare il tiro a segno? Che poi il Chievo ci è andato vicino: tenendo la guardia alta ha trovato gli spazi, nel secondo tempo, per ribaltare la partita e mandare l'Inter alla frittata. Contate almeno quattro occasioni da rete: tre sventate da Handanovic (tiri di Izco e Meggiorini, uscita sull'incursione di Paloschi) mentre la sventola finale di Biraghi è stata salvaguardata dalla traversa.

E l'Inter? Appunto fra quei 24(?) tiri vanno contati il colpo di testa di Icardi finito sul palo nel primo tempo, eppoi una serie di bim-bum-bam sventolati lontano dai pali. Non a caso Bizzarri è stato impegnato solo con parate di routine, oppure salvato da un intervento di Gamberini su Palacio. Il resto lo hanno fatto i difensori giocandosela bene con il fuorigioco. In tribuna c'erano Zamorano e Zenga, acclamati dalla gente tifosa di San Siro, e qualcuno avrà rimpianto i tempi lontani. Il clan dei bamboccioni ha mostrato subito il difetto genetico: un primo tempo in attacco, senza mai metter realmente alle corde il Chievo che, fra l'altro, non ha nemmeno calciato in porta. Interisti, ovvero gente con i piedi e senza denti. Una ripresa in balia degli eventi: poca grinta, tanto correre senza essere mai devastanti, qualche contropiede buttato, troppi rischi (Ranocchia non si è negato al brivido), gran fatica nel trovare giocate decisive, gli uomini di talento incapaci di sfruttare il piede buono. All'Inter non va mai la personalità al potere. C'è voluto un cross di Podolski per inviare Icardi alla rovesciata spettacolare che, però, non ha trovato la porta. Mancini ha messo l'argentino nella lista dei voti bassi, ma bisognerebbe spiegare perché la squadra lo serve sempre meno e spesso male: eppure quando Maurito tocca palla in area si vedono scintille. Ieri i palloni giocabili sono stati non più di tre. E, allora, che dire di Shaqiri e Kovacic? Entrati al posto di Hernanes e Palacio, hanno giustificato l'accomodarsi in panchina: improbabili e inguardabili. Hernanes, schierato in partenza, è tornato mezzo giocatore fra idee ed errori da giuggiolone.

Handanovic, che starà pensando al futuro altrove, è stato chiaro nell'identificare la partita: «Ci è mancata la cattiveria, abbiamo fatto un passo indietro. Con gli avversari chiusi abbiamo sempre sofferto a San Siro: è un limite».

Tutto era cominciato pensando a quel ribaltone di classifica che occhieggiava: c'era disponibile il quinto posto. Tutti si raccomandavano il sesto risultato utile consecutivo, ma stavolta inteso come vittoria: il pari è una sconfitta e il terzo successo di fila non è arrivato. Ancora una volta la qualità non è andata al potere e l'Inter è andata a farfalle.