Il Milan cambia faccia: Torres l'anti Balotelli

Galliani difende gli acquisti a parametro zero: "Lavorone, 11 acquisti, 14 cessioni"

Per spiegare Fernando Torres in modo plastico basta pensare all'opposto di Mario Balotelli. Né creste, né tweet, né Ferrari o fidanzate esibite. A casa Milan si è presentato scortato dai due figli, amici, e procuratore, ha chiesto di visitare il museo e si è soffermato dinanzi alle maglie e alle imprese di Van Basten, Weah e Pippo Inzaghi per capire e valutare il peso di quella maglia numero 9 finita sulle sue spalle. Non ha ricevuto un bagno di folla ma si è presentato in punta di piedi, vestito di tutto punto con la divisa rossonera, sorriso d'ordinanza e taglio classico dei capelli per un trentenne. Ma al microfono, in particolare, si è dimostrato in perfetta sintonia col nuovo corso milanista: nessun accenno al proprio curriculum colmo di trionfi con club e Nazionale, un entusiasmo genuino nell'abbracciare la filosofia di Pippo. «Il gruppo è il segreto nel calcio, una squadra sana può arrivare prima al successo» la sua pillola di saggezza. Seguita da molte altre e dall'eccitazione nel raccogliere la grande sfida, «fare bene nel calcio italiano dopo le esperienze molto positive in Spagna e Inghilterra», convinto di trovare dalle parti di Milanello «una seconda giovinezza». Neanche un giudizio fuori posto o un accenno polemico, qualche grazie di troppo (a Mourinho), l'augurio spedito al suo predecessore Balotelli («il confronto sarà inevitabile per lui e per me») e la felicità nel ritrovare, «mejor tarde que nunca», il mondo Milan del quale gli avevano parlato in tanti, Demetrio Albertini tra i primi molti anni fa ormai, quando arrivò all'Atletico Madrid. «Sono pronto a rischiare tutto, mi rimetto in gioco e il Milan visto contro la Lazio può arrivare nei primi tre posti della classifica» è la sua chiosa conclusiva.

Questo è Fernando Torres, per un attimo trasformato in Fernando Alonso dall'interprete («speriamo che vada forte come Alonso» la battuta al volo di Galliani), faccia pulita e nuova di un Milan rivoltato come un calzino dal mercato di Adriano Galliani e non solo negli ultimi 3 giorni. «Mai lavorato così tanto: 11 nuovi acquisti e 14 cessioni» il suo bilancio soddisfatto. Con un paio di retroscena intriganti: «L'arrivo di van Ginkel è stato il più complicato, non voleva saperne, quello di Bonaventura il più rapido: giocatore, procuratore e presidente dell'Atalanta erano a Milano per andare da qualche altra parte (l'Inter, ndr )». Il risultato finale è stato un Milan completamente diverso rispetto a quello del torneo precedente. «Abbiamo cambiato tutto: allenatore, preparatore atletico, giocatori» il riconoscimento della rivoluzione seguita alla delusione più cocente del periodo berlusconiano. Diverso e costato praticamente zero. Sul punto Galliani, diventato ormai il signor Condor, si è tolto un sassolino dalla scarpa. «Non capisco perché prendere un grande giocatore tipo Diego Lopez a parametro zero sia una colpa e non invece un merito. Se l'avessi pagato 10 milioni di euro mi avrebbero magari applaudito» è la stoccata. Spiegazione dovuta invece quella relativa alla contestatissima cessione di Cristante: «Ha chiesto lui di andare a giocare all'estero e di andare a titolo definitivo: ho provato a convincerlo senza riuscirci. Così ho destinato la stessa cifra incassata dal Benfica all'Atalanta». Infine la verità sul rifiuto di Zaccardo: ha chiesto al Milan una liquidazione di 500mila euro, nonostante sia il club rossonero sia il Parma gli pagassero gli stipendi di luglio e agosto. Quando è troppo è troppo.