Olimpia, festa per gli 80 anni Ma fa di tutto per rovinarla

Sotto gli occhi di Armani e dei grandi del passato, da Meneghin a Kenney, è servito un supplementare per battere 94-90 Torino ultima in classifica

Oscar EleniNel mistero agonistico di una partita che per Torino poteva essere la vita l'Olimpia ha fatto di tutto e anche di più per tenersi stretti gli oltre diecimila spettatori invitati per la festa dei suoi ottant'anni, storia del basket e dello sport italiano che ha sempre rispettato ed invidiato questa regina in rosso. Magie e tormenti dello sport, in mezzo a tante emozioni, molte davvero autentiche, altre artificiali come richiedono i tempi del tutto fa spettacolo, stringendo in mano il testimone lasciato dai grandi che erano sfilati sul parquet con la maglia numero 80, ma la presa è sfuggita tante volte, e per battere 94-90, dopo un supplementare, l'ultima in classifica, ci è voluta davvero la fede.Partita che ha fatto dire troppe volte: niente sotto il vestito, bello elegante, ma soltanto un vestito fra scarpe finalmente rosse, le ha indossate anche il presidente federale Petrucci per una promessa fatta nel tempo al suo amico Rubini. Sfida disperata per chi è in fondo alla classifica e per chi, invece, dopo il successo di ieri sera è primo posto in solitaria aspettando che stasera Reggio Emilia recuperi contro Venezia nella sua casa imbattuta. Certo le streghe e gli dei litigano sempre. Mentre noi perdevamo i sensi quando Kenney e Meneghin, rivali in battaglia, amici per sempre nel nome dell'Olimpia e dell'età, sono entrati abbracciati sotto le luminarie del Forum dove Armani ha fatto finalmente installare un cubo che vuol dire proiezione nel futuro, quello dove re Giorgio ha promesso al suo popolo, giovani e veterani, di non abbandonare mai. Forse la cosa più elettrizzante di questa settimana di celebrazioni, importante per la città e per il basket, presente infatti anche il n° 1 del Coni, Malagò. I guerrieri e i grandi protagonisti della storia, da Pieri a Vittori, da Vianello a Gregor Fucka, da Premier a Iellini e Pittis. Presentati con brio dal nano ghiacciato Dan Peterson che resta un maestro in queste cose, adesso che non allena più. La memoria e la storia nella faccia scolpita di Sandro Gamba, la grande cavalcata dai suoi ricordi a quelli del Franco Casalini che è stato finalmente onorato da Peterson sul campo, peccato non abbiano pensato di fare la stessa cosa con Faina che pure era invitato, con Tanjevic invitato in ritardo. Ma anche nella festa certe vendettine dovevano pur funzionare infatti il Cappellari che ha passato 25 anni in società, vincendo tutto come dirigente non è stato mai citato, neppure dal Pittis che lo ha avuto come padre putativo.Anche la squadra sul campo sembrava scivolare sul nero delle aree, non velluto come piace Armani, ma catrame per mani che hanno perso oltre 20 palloni, che hanno dato a Torino la speranza di rimontare una classifica che ieri ha visto liberarsi dall'incubo persino la Virtus Bologna che non aveva mai vinto in trasferta ed è andata ad espugnare il campo della Sassari dagli equivoci mai risolti anche cambiando tutto, cominciando dall'allenatore.Milano graziosa, non feroce come avrebbero voluta vederla quelli che hanno fatto la storia vera della società. Per tutti una notte da incanto, lucciconi agli occhi, rimanendo vigili, perché questo era lo stile negli anni di Rubini, nella Klondike del Peterson svezzato a Bologna. Lo sarà certamente Repesa che forse immaginava che fra le voci bianche, i selfie, le feste, i balli, le danze, ci sarebbe stato il pericolo di non avere la testa sulla partita proprio quando c'era da gestire il delicato rientro del capitano Alessandro Gentile che è smanioso, ha dentro il fuoco, ma, ovviamente, dopo un mese e più lontano dal campo non ha ancora le gambe, quelle che lo aiutano a fare cose che incantano chi ama il basket di quel tipo: forza, coraggio.Per Milano finite le feste comincerà la caccia: un altro scudetto e un altra coppa internazionale da vincere, da aggiungere ai 26 titoli in bacheca.