Parma, il ristorante delle grandi speranze

Qui il calcio fa pace col tifo e diventa un "pericoloso" precedente"

I soldi non sono tutto nella vita. Contano anche gli assegni. Se poi questi sono scoperti allora chiedete notizie a quelli del Parma calcio. Sono esperti in materia di sospesi, varie ed eventuali. Non toccano denaro da mesi che stanno per diventare un anno ma toccano la palla meglio che prima, quando il soldo circolava e un po' meno il football di questa squadra che da polvere sull'erba adesso vive la sua festa parmigiana e ho citato apposta i titoli di due libri di Alberto Bevilacqua che di quella terra è stato voce e scrittura. Del resto che altro è lo sport se non cronaca che diventa storia, si trasforma in leggenda e poi torna a raccontare la sua favola. Non è forse così Valentino Rossi? Non è di nuovo così la Ferrari? Quello che sta accadendo a Parma fa parte del libro dei sogni di un bambino, giocare a pallone, per fare gol, divertirsi e ad altro, poi, pensare. Si sta con gli amici, si va al bar, si organizza un pic nic, insomma si vive da comuni esseri umani, la faccia o la facciata B del disco che invece è diventato una nenia, allenamento, ritiro, partita, interviste, voci di mercato, trattativa di contratto. Non è che quelli del Parma se la spassino vivendo e cantando ma la lezione serve a tutti, sodali calciatori, dirigenti tutti, giornalisti e popolo pubblico: in breve, si può giocare a football anche se la cassa è vuota.

Lo fanno i dilettanti, è trastullo di qualunque bimbo e poi scapolo o ammogliato (l'espressione è datata ma fa intendere), si danno calci a un pallone di pezza, di carta, di plastica o di cuoio, si disegnano squadre surreali, in stadi surreali, con immagini surreali, che altro è il fantacalcio che va tanto di moda e ha preso il posto delle figurine sul pavimento di casa? Il Parma di oggi, quello che ha battuto la Gran Signora di Torino carica di soldi e gioielli, il Parma che ha fermato la Roma e l'Inter, è roba vera e seria anche se mi verrebbe voglia di mettere le mani al collo degli stessi calciatori biancoscudati, così si dice, che per mesi oltre a non prendere stipendio non prendevano mai la porta avversaria e le buscavano ovunque e comunque. Oggi Donadoni è il genitore di un gruppo di ragazzi senza padre, il loro bar delle grandi speranze, il loro pub Dickens, citando, dopo Bevilacqua, anche Moehringer e il suo romanzo di affetti. Si fruga nei libri che sono il racconto di quello che accade e di quello che vorremmo accadesse, così si fruga nella storia del calcio per capire se il Parma che stiamo osservando è un pericoloso precedente per la categoria? Chi, a Milano, Torino, Roma o Napoli, oserà battere cassa, sparando cifre impossibili? Quale dirigente non calerà il jolly gialloblu dicendo «guardate quelli del Parma, loro giocano senza prendere un quattrino…»?

Beh, a leggerla e a vederla così, potrebbe anche essere una svolta ma attenti alla trappola degli affetti, perché anche il bar delle grandi speranze a un certo punto sbatte fuori dal locale il ragazzino speranzoso. Dunque il Parma resta un equivoco, uno scandalo, un paradosso. Nessuno parli o scriva della sana provincia perché è la stessa dei Tanzi, dei Ghirardi e dei Manenti, è la stessa di fatti di cronaca nerissima, dunque le chiacchiere stanno a zero, come lo erano le partite e la classifica della squadra di Donadoni. Il quale ha scelto anche la via del romanticismo, secondo qualche bella gioia, facendo scrivere sulle maglie indossate dai suoi, nell'ultima storica vittoria sulla Juventus, il nome del ristorante di cui il bergamasco è titolare, con altri soci: "Dac a trà", dice l'insegna del locale, in brianzolo significa "Dagli retta". Come si vede non più un bar ma un ristorante delle grandi speranze. L'importante, però, è che alla fine qualcuno paghi il conto.