Premier, niente Brexit. Sarà il bancomat del calcio europeo

Follie per Pogba? I superincassi consentono certi acquisti e svendite in Italia e Germania

"Da questa stagione il mercato non ha più niente di uguale al passato. E' diventato duro, cattivo, dispendioso per la rivalità fra i top club, che non ci stanno a perdere posizioni, e i tanti soldi in arrivo al calcio inglese dai diritti tv", è la diagnosi che Fabio Paratici, il bravissimo ds della Juventus, ha fatto in occasione del Premio Colantuoni. Ma non è un male per chi si trova oltre Manica. Paradossalmente la Premier League, all'indomani della Brexit, resta profondamente ancorata al calcio europeo e anzi rischia di farne da bancomat con operazioni non sempre assennate. Dai network televisivi sta arrivando una pioggia di quattrini sul calcio inglese e, sia pure in misura minore, sulla Bundesliga. La Serie A, che pure aveva fatto storia in questo ambito, si trova ai margini. Facciamo i conti. Ci aiuteranno a capire perché il Manchester United può investire in un anno 350 milioni di euro per due calciatori: nell'agosto 2015 un centinaio su Martial, giovane promessa di appena 20 anni; in questa torrida estate 250 milioni sul 23enne Pogba fra cartellino, ingaggio e prebende varie a Raiola, l'agente più ricco del mondo. C'è una spiegazione. Eccola. Da adesso e fino al 2019, la Premier League incasserà 8,7 miliardi di sterline, oltre 9 miliardi di euro, più di 3 a stagione, per i diritti televisivi. Dal 2017 la Bundesliga dividerà fra i suoi 18 club (non 20 come negli altri campionati) 1,4 miliardi di euro. La Serie A, nonostante il restyling fra licenze domestiche ed estere, è ferma a 1,2 miliardi. In altre parole le società inglesi vantano una capacità di spesa straordinaria che permetterà loro di stroncare la concorrenza e fare follie. Per gli ultimi in classifica, pensate un po', i fatturati saranno similari a quelli di Inter e Milan.

Si ha l'impressione che la Premier League, ricoperta d'oro dai diritti tv, gestisca in modo avventuroso la fortuna a disposizione, tanto i soldi ci sono e quindi chissenefrega se un calciatore viene strapagato. Di questo comportamento, forse fisiologico, sicuramente incauto, finiscono per giovarsi le società che fanno trading con quelle inglesi. Ci sono già stati degli esempi: basta ricordare come si sono deprezzati i viola Jovetic e Cuadrado, acquistati da Manchester City e Chelsea per 30 milioni e poi messi in vendita alla metà. Per queste ragioni la Premier League, in una forma paradossale di mutualità, può dare ossigeno ai campionati rivali. Nel frattempo è riuscita a incrementare i diritti locali e quelli esteri, con un'abile politica di marketing che coniuga al meglio le attese dei network televisivi e la passione del pubblico. In Inghilterra, ma anche in Germania, gli stadi si riempiono al 90-92% della capienza. In Italia si arriva al 50%. Colpa della tv? Può essere. In Premier League vengono trasmesse 168 partite su 380, all'incirca il 44%. Sky e Mediaset mandano in onda tutta la Serie A, talvolta con indici minimali di ascolto e gradimento. Sarebbe utile un ripensamento: una partita senza pubblico, non è una partita.

La Juventus, grazie al fatturato record di 377 milioni di euro, si batte disperatamente per giocare alla pari con le grandi del calcio europeo, ma non può sbagliare una mossa rispetto al Manchester United che gioca a poker con Martial e si ricompra Pogba a peso d'oro. Per fortuna l'ultima stagione, a calcio come a basket, ha detto che i fatturati non vanno di pari passo con le classifiche: lo testimoniano il Leicester in Premier League e il Cleveland nella Nba. Il nostro sport, però, è indietro di anni sul piano strutturale, soprattutto nel calcio.