Sinisa Mihajlovic e il calcio di punizione più difficile da battere

Nella sua vita Sinisa Mihajlovic ha sempre lottato, dentro e fuori dal campo. Il sergente, il capitano di mille battaglie, è atteso ora dalla partita più difficile: battere la leucemia. Per vincerla, servirà uno dei suoi magistrali calci piazzati

"Ho la leucemia". Quella pronunciata da Sinisa Mihajlovic nella conferenza stampa di Bologna è stata forse la frase più difficile della sua vita. Ma non c'era tremore nella voce del 50enne di Novi Sad. Parole chiare, ferme, ben scandite. Squadrate.

L'opposto degli arabeschi tracciati per una vita sui campi di calcio col suo sinistro magico. Tiro-gol, tiro-gol. "In carriera ho sbagliato più rigori che punizioni", ha detto una volta Sinisa. Con il sorriso, lo stesso che di rado si apre tra le sue labbra. Perché lui è un duro.

La guerra in Jugoslavia

Chiedere per informazioni a chi ha avuto la (s)fortuna di essere suo compagno di squadra, o alle sue dipendenze come calciatore. Sinisa dà sempre il massimo. E per questo pretende il massimo, da tutti. "O con me, o contro di me". Questa un'altra delle sue frasi feticcio, con le quali si è costruito la fama di sergente di ferro.

Frutto della disciplina che gli è stata trasmessa in famiglia, mamma croata e papà serbo. Niente di male, se non fosse che alla fine degli anni Ottanta le tensioni etniche e i risentimenti covati per una vita sotto il telo protettivo di Tito esplodono in un conflitto che non lascia in piedi quasi nulla, neppure la casa natale di Mihajlovic.

Lui è a Belgrado, lontano dalla sua Vukovar posta al confine tra le attuali Serbia e Croazia. Ma la sua divisa da lavoro - a 20 anni è già uno dei giocatori-simbolo della Stella Rossa - è impregnata del tanfo della guerra, del sangue che scorre copioso, delle bombe che esplodono a getto continuo lasciando per terra militari e civili. A un certo punto lo zio di Mihajlovic, Ivo, sta per essere ucciso dalle milizie serbe. A salvarlo in extremis è un amico di Sinisa, Zeljko Raznatovic, per tutti la "Tigre di Arkan". Gli telefona: "Sinisa, questo Ivo è davvero tuo zio?" - "Sì, lo è". E Ivo si salva. Miha sarà sempre riconoscente al suo amico Zeljko. Non lo rinnegherà mai, neppure quando il tribunale della storia - e quello internazionale dell'Aia - avranno sancito la morte di Milosevic e del suo regime.

Sul campo e in panchina

Ma nella sua vita, per fortuna, c'è tanto altro. La Coppa dei Campioni vinta a Bari con la Stella Rossa, certo. Poi l'arrivo in Italia, dove disegna calcio con le maglie, una dietro l'altra, di Roma, Sampdoria, Lazio e Inter.

Inizia come esterno di centrocampo, poi si sposta sempre più indietro fino a trasformarsi - intuizione di "Svengo" Eriksson - in un eccellente difensore centrale. Un arretramento tattico che non gli impedisce le sortite in avanti, specie quando un compagno viene falciato a ridosso dell'area di rigore avversaria. Non è Del Piero, non ha una sua mattonella preferita. Ovunque avvenga il fallo, Sinisa prende la palla, la posiziona nel punto indicato dall'arbitro e tira in porta. La punizione è la sua specialità: in Serie A segna da fermo ben 28 volte.

A 39 anni, inevitabile, il ritiro. Neanche il tempo di rifiatare che comincia la sua carriera da allenatore. Secondo di Mancini all'Inter, debutta da "primo" a Bologna. Poi Catania, Fiorentina, Serbia e Sampdoria. Nel 2015 il grande salto al Milan, dove lancia titolare un giovanissimo Donnarumma. Poi il Torino, quindi il ritorno a Bologna al posto di Pippo Inzaghi. Ad attenderlo una situazione disperata. La squadra è in piena zona retrocessione, i giocatori scarichi e demotivati. Ci pensa Sinisa. Con una media punti da Europa League trascina gli emiliani fuori dalle secche e alla fine del campionato strappa al presidente rossoblù Saputo la promessa di costruire una grande squadra. Fino alla terribile notizia della leucemia. "La batterò". Come batteva i suoi fantastici calci piazzati. Forza Sinisa!