Per smuovere l'Italia non resta che Immobile il bomber guaglio'

Perso Belotti, Ventura s'affida all'altro pupillo. In Europa solo Messi ha segnato più del laziale

Quel bambino che nella sua cameretta giocava insieme al fratello con una palla di carta costruita con i giornali e lo scotch («avevo dieci palloni veri, ma mia madre si lamentava che rompevamo troppe cose...») è diventato uomo da tempo. Ma oggi, a 27 anni, sta conoscendo la sua maturità calcistica. Ciro Immobile è il miglior cannoniere italiano della stagione (nove reti, meglio anche di Zaza e Balotelli che giocano a Valencia e Nizza), uno dei migliori d'Europa (davanti ha solo un certo Messi, 14 gol a 13, che l'attaccante della Lazio ha detto più volte di preferire a Cristiano Ronaldo) e la punta che può salvare le sorti dell'Italia di Ventura, che a novembre si giocherà il Mondiale, e soprattutto la faccia, con uno spareggio che fa già paura. Tanto che il ct, ora che il gemello Belotti si è fermato ai box, sta costruendo la Nazionale con un 3-4-3 che dovrebbe avvantaggiare lui e l'amico Insigne.

Al calcio Ciro il Grande da Torre Annunziata (nel 2016 è diventato anche presidente onorario oltre che testimonial della campagna abbonamenti del Savoia, la squadra della sua città), deve tutto: «Senza di quello, chissà che avrei fatto, molti amici sono finiti in galera», ha detto di recente. E il calcio lo ha vissuto intensamente: il trasferimento a 16 anni nel convitto della Juventus, squadra della quale è stato tifoso sin da piccolo, l'esplosione a Pescara in B (fu capocannoniere) con il primo dei suoi maestri, Zdenek Zeman, dove strinse un legame umano e professionale con Lorenzo Insigne, un altro «guaglione» come lui; l'esordio in A nel 2009 con i bianconeri, sostituendo nei minuti di recupero il suo mito Del Piero; poi il Genoa che rifiutò una cessione a gennaio ai bianconeri di Conte che avrebbe avuto bisogno di un attaccante in più, e il Torino dove è diventato re dei bomber grazie a Giampiero Ventura, il secondo dei suoi mentori. Intanto la Juve lo aveva lasciato andar via, l'amarezza più grande per Ciro.

Il 2 giugno 2014 la firma che poteva diventare la svolta della sua carriera, quella con il Borussia Dortmund di Jurgen Klopp. Un contratto festeggiato con un selfie che fece il giro del web: un brindisi con Luciano e Alessandro Moggi sul volo che lo riportava in Italia. Ma in Germania non si ambientò («ero solo, lontano dalla famiglia, non capivo la lingua e nessun compagno di squadra mi invitava a cena...», ha raccontato Immobile) e i giornali tedeschi fecero il resto. Ecco che Ciro decise di andare in Spagna, ma al Siviglia pur trovandosi bene non era in prima fila nelle gerarchie di Emery («non gli piacevo, ma la mia forza era quella di dire: "tanto lui non allena tutte le squadre, ci sarà un altro tecnico a cui piaccio"»).

Il passo da fenomeno a sopravvalutato è breve. E nel momento in cui Immobile è uno di quei coni d'ombra che solo il calcio sa disegnare, l'arrivo nell'estate 2016 alla Lazio per soli otto milioni (un «gentile» regalo del ds del Siviglia Monchi, oggi dirigente sull'altra sponda della Capitale). Il matrimonio perfetto per lui e il club di Lotito. Simone Inzaghi, l'ultimo allenatore in ordine di tempo a cui deve molto, lo rigenera: ventisei gol in 41 gare nella prima stagione, già 13 in 10 partite da agosto a oggi, sei reti in un anno con l'Italia di Ventura. L'ad della Juventus Marotta disse di lui nel marzo scorso: «Purtroppo non si è confermato un grandissimo giocatore». E siccome anche nei momenti felici della vita ci sono dei conti da saldare, Immobile ha atteso la finale di Supercoppa per prendersi la rivincita verso i colori che lo hanno adottato, ma poi mollato.