Sposato, 6 figli, ha già tenuto 16mila prediche nelle piazze

Arrestato o fermato 30 volte dai poliziotti. "A Tunisi volevano uccidermi. E a Montecarlo mi hanno fatto cadere tre volte, come Gesù sul Golgota"

Il gatto di Vincenzo Robbi è privo di un orecchio. Forse una forma di autodifesa. La moglie Beatrice s’è stabilita da qualche tempo a Imperia per aiutare la figlia Angelica che ha un bimbo piccolo. Forse una scusa. Non dev’essere per niente facile convivere con un uomo che in camera s’è costruito un altarino sormontato dalla propria foto col microfono in mano, circondata dalle iscrizioni «Ego sum maximus orator» e «Sono io il seme dell’immortalità», mentre il Nazareno incoronato di spine deve accontentarsi della cornice alla sua destra. Si proclama «il più grande predicatore cristiano di tutti i tempi, con oltre 16.000 omelie tenute sulle pubbliche piazze, più di San Gaspare del Bufalo, più di San Francesco d’Assisi, più di Sant’Annibale Maria di Francia, più di San Leonardo da Porto Maurizio, più di padre Giovanni Semeria conosciuto come fra’ Galdino, che non superarono le 3.000».

Un mistico che vive da clochard? O un clochard che vive da mistico? Difficile inquadrare la personalità del mite Robbi. Ma va tenuto conto che Giovanni il Battista, precursore dei predicatori d’ogni tempo, vestiva con peli di cammello e si cibava di locuste. A giudicare dallo stato in cui ha ridotto l’alloggio popolare ottenuto a suo tempo dall’Iacp di Imperia, la frugalità evangelica deve avergli preso la mano. Bocconi di pane sparsi intorno alla stufetta elettrica. Un’arancia usata come fermacarte sopra due banconote da 20 e 10 euro. Una sedia da invalido col fil di ferro a tenere insieme lo schienale ricavato da una cassetta della frutta. Un telefono per terra, un altro telefono che spunta da sotto un ombrello. Una matassa di cenci per letto. Un muro di coperte e gommapiuma a formare una barricata che in camera chiude per metà la portafinestra priva di vetri, segno che dorme al freddo. Cartacce sul pavimento. Fili elettrici e lampadine volanti. Appunti scritti a matita sui muri. Insomma uno sconvolgente, inestricabile, cosmico caos. Da cui emerge come se nulla fosse, vestita con appropriata eleganza, la figlia Elena, 37 anni, per portare a spasso il cane che abbaia disturbando l’intervista.

Fra il 1963 e il 1981 di figli ne ha messi al mondo sei, tre maschi e tre femmine. Cinque, per loro fortuna, abitano altrove: uno è sposato, quattro convivono. La penultima manda avanti un negozio di casalinghi e porta la croce del padre. È tornata a vivere con lui dopo una sfortunata vicenda sentimentale. Robbi, 80 anni, è originario di Boffalora d’Adda. Si sposò nel 1962 dopo aver tentato invano di percorrere la via del sacerdozio. Da una vita abita a Sanremo, nel suo caso più che mai San Remo, visto che il patrono della cittadina ligure visse in una bauma, una spelonca. E da qui, soprattutto nella buona stagione, parte per andare a predicare il Verbo sulle strade del mondo. L’Italia, città e paesi, l’ha battuta a palmo a palmo, isole comprese: da Bolzano a Palermo, «dove mi sono fermato per un mese», da Aosta a Trieste, da Porto Torres a Potenza. Ma è stato per settimane anche in Gran Bretagna, Spagna, Francia, Corsica, Svizzera, Austria, Germania, ex Jugoslavia e persino in Tunisia. Per documentare i luoghi che hanno beneficiato della sua evangelizzazione espone al pubblico ingenue pezze d’appoggio: una polaroid mentre predica a Speaker’s Corner, l’angolo degli oratori aperto a tutti in Hyde Park, a Londra, dove concionarono anche Karl Marx e Vladimir Lenin; 100 pesetas e un biglietto ferroviario da Port Bou a Barcellona; il visto d’ingresso in Tunisia; foto di curiosi radunati intorno a lui davanti al Duomo di Milano o sulle spiagge. Tra arresti, fermi e fogli di via, la sua predicazione è già stata interrotta una trentina di volte.

Robbi è arrivato a tenere 600 sermoni l’anno, «da maggio a settembre anche 5-6 al giorno». La sera li trascrive in un libro rilegato in similpelle. Ha già riempito 16 volumi. «Ora le mostro come faccio». Va in camera, torna in cucina con un trolley nero sfondato, tira fuori un «potente amplificatore», una batteria da 12 volt fasciata col nastro adesivo da pacchi e un paio di altoparlanti, che lui chiama «le due trombe», ignoro se con riferimento a quelle che convocheranno l’umanità nella Valle di Giosafat il giorno del Giudizio. «Con queste possono sentirmi da una collina all’altra, sino in fondo a via Lamarmora». Gli credo sulla parola e con fatica riesco a rinviare a data da destinarsi l’omelia casalinga.

Che mestiere faceva?
«Il falegname, come Gesù».

Un predestinato.
«Ho iniziato a 11 anni, presso la bottega di un certo Costa a Crespiatica, nel Lodigiano. Sono diventato caporeparto alla Arca di Cantù, arredi per negozi, comandavo 12 operai».

Il tempo per predicare dove lo trovava?
«Poi ho lavorato in proprio per 25 anni. Almeno un giorno la settimana, oltre alla domenica, lo dedicavo a questa missione».

Quando s’è scoperto la stoffa del Savonarola?
«A 16 anni, dopo aver ascoltato un missionario che predicava a Crespiatica per la festa di Sant’Antonio. Tenni la mia prima omelia ai contadini, sull’aia della cascina Caselette. Volevo diventare prete. Mi rivolsi ai barnabiti di Lodi. Mi risposero: “Prima devi studiare, studiare, studiare e poi potrai predicare dal pulpito”. Ma io volevo farlo subito per strada e nelle piazze, come Gesù. Rimasi in bilico una decina d’anni, alla fine mi sposai. Certo che il matrimonio è più faticoso del sacerdozio».

E ora fa concorrenza ai sacerdoti veri.
«No, perché io vado a predicare nel pericolo. La mia parola è dimostrata e quando la Parola è dimostrata la gente crede. Oggi in chiesa ci vanno solo quelli che non vogliono rischiare, un 5-10 per cento dei cattolici, sempre gli stessi. Mentre io vado di città in città, come il Maestro, e affronto le grane che ne derivano. Non si accende una lucerna per metterla in un luogo nascosto, dice il Vangelo».

Nessuna frizione con i preti, è sicuro?
«No, mai. Anzi, è stato qui il parroco di Nostra Signora della Mercede, padre Piotr Wach. Mi ha portato il pacco natalizio. Gli ho detto che voglio fondare un ordine religioso e lui mi ha insegnato come si fa».

Come si fa?
«Capo primo: rivolgersi al vescovo, senza il cui benestare non si fa nulla. Capo secondo: scrivere a una quarantina di ordini, a cominciare dai cappuccini, che sono i più attivi».

Perché dovrebbero aiutarla?
«Chi è che non t’aiuta? È la strada per diventare santo».

Vuol diventare santo?
«Penso di esserlo già, a dire il vero. Il 26 novembre mi trovavo a Porto Maurizio, stava per cominciare la processione di San Leonardo. Ho piazzato le due trombe e mi sono messo a predicare tra la folla. È venuta una guardia e mi ha strappato i fili. In quel momento è uscita la statua del patrono dalla chiesa e ho sentito una voce: “Non temere, tu sei santo come me”».

I suoi figli vanno a messa?
«No, mai, anche se sono tutti battezzati e cresimati. Qui nel quartiere saremo in 6.000 ma in chiesa non ci va nessuno».

Come predicatore ha fallito in casa.
«Però sono ragazzi di sani princìpi. Né bestemmie né droga. Mai il male per il bene: è questo che gli ho insegnato. D’altronde non vado quasi mai a messa neppure io. Sono troppo impegnato con la predicazione. Non bisogna esagerare con la religiosità. Altrimenti diventa una fissazione».

Da quanto tempo non fa la comunione?
«Non glielo so dire. Un anno, forse due».

Alla barba del «fate questo in memoria di me».
«La messa in latino era un’altra cosa. Quella in italiano mi pare una chiacchierata».

E si confessa?
«Non lo faccio da 25 anni».

Complimenti.
«Eeeh, non ci credo più. Con la Chiesa cattolica bisogna tenere gli occhi aperti. Non tutte le sue parole provengono da Gesù. Molte sono dei teologi. Me l’ha confermato anche un prete».

Quanti sono i sacramenti?
«Sette».

E le virtù teologali?
«Mmh... Non me lo ricordo».

Come sceglie i luoghi di predicazione?
«Vado dove c’è più gente. La Costa Azzurra d’estate è frequentatissima. L’ultima volta che i gendarmi mi hanno cacciato sono stati chiari: “Prova a ripresentarti e ti facciamo dormire per una settimana sullo sgabello”. Nel Principato di Monaco non sono più tornato dopo essere stato circondato da dieci poliziotti. Mi hanno caricato su un cellulare. Frenavano forte all’improvviso per farmi andare a sbattere e rompermi il naso. Tre volte mi hanno fatto cadere, come Cristo sul Golgota. Una sera mi hanno scaricato in un luogo collinare deserto, al buio, con la valigia in mano. Piangevo. Tre ore per trovare una casa».

In Tunisia com’è andata?
«Sbarcato a Tunisi, ho cercato un posto dove dormire alla Goulette, vicino al porto, dov’è nata l’attrice Claudia Cardinale. Lì in molti parlano ancora italiano. Dopo un po’, mentre predicavo, sono arrivati tre figuri in divisa: “Se ne vada subito o finisce con un linciaggio”. Sono rimasto una settimana, mangiavo pane e arance».

Altre disavventure?
«A Lubiana, quando ancora c’era Tito. Tre ore chiuso dentro una gabbia in una caserma e altre due d’interrogatorio. A Londra, a Speaker’s Corner, sono stato interrotto da un prete anglicano: “Via, via, italiani traditori!”. Nessun problema invece sulla Marienplatz a Monaco di Baviera, e sì che i tedeschi sono cattivi».

Viaggiare costa.
«Non fumo, non bevo, non ho vizi, non ho l’auto. Mangio solo mozzarella, pane e banane. Pernotto nei dormitori pubblici, al massimo negli ostelli».

A 80 anni dev’essere faticoso.
«Grazie a Dio sto bene. Mai avuto malattie. Solo l’asiatica nel 1957».

Sta lontano da casa per molti giorni?
«Anche un mese».

Moglie e figli che ne pensano?
«I miei figli non lo dicono, ma sono orgogliosi di me. Mia moglie non tanto, perché la lascio a casa da sola».

Come sceglie le prediche da tenere?
«Le so tutte a memoria. Comincio sempre nello stesso modo: “Auxilium christianorum, ora pro nobis. Sto girando di città in città per portare un messaggio di speranza”. E finisco col testamento di Gesù: “Ego sum resurrectio et vita. Un caro saluto da Robbi Vincenzo”».

Quanto dura un sermone?
«Un quarto d’ora».

François Mauriac diceva che al mondo non v’è nulla di più inespressivo del volto di un fedele durante l’omelia.
«Ci vuole un po’ di musica. Metto Piemontesina bella, ma solo un pezzettino. Oppure “Muore l’estate, torna settembre e senza di te non è vita per me”. La canta una ragazza di Radio Zeta».

Gli astanti reagiscono? Le fanno domande? La offendono?
«Il miracolo consiste proprio in questo. “Vada avanti”, mi spronano, e mi difendono se i vigili urbani tentano di farmi smettere. Mi ascoltano volentieri, poi si avvicinano, mi confidano i problemi di salute. Allora prendo le loro mani fra le mie e li guardo fisso negli occhi. Quando, l’anno dopo, ripasso dagli stessi luoghi, vengono a ringraziarmi perché stanno meglio. Seguo il comandamento di Cristo: “Andate, predicate, guarite gli infermi”».

Raccoglie offerte?
«Non le raccolgo, perché non me le danno. Durante le prediche non chiedo mai soldi. Alla fine mi sposto altrove e mi siedo per terra. Racimolo i quattrini per il viaggio e un panino, non più di 100 euro al mese. Anche Gesù e gli apostoli tendevano la mano. E i frati vivono di elemosina».

Ha la pensione?
«La sociale: 610 euro al mese. Potrei lanciare un appello?».

Prego.
«Se esistesse un regista televisivo intelligente, verrebbe a cercarmi di corsa».

E per quale motivo?
«Tutti i film su Gesù, a cominciare da quello di Franco Zeffirelli, hanno avuto un enorme successo. Ma lì c’era un attore che interpretava la figura di un morto, mentre io interpreto me stesso da vivo».

L’unica differenza è che lei non è Gesù.
«Però credo d’aver percorso più strada di Lui. Almeno 13.000 chilometri a piedi solo calcolando la distanza fra le stazioni ferroviarie e i centri cittadini».

Perché tutti dicono di approvare il messaggio di Cristo ma pochi lo mettono in pratica?
«Per vivere abbiamo bisogno di mangiare. Lo stesso vale per la vita spirituale: se non la nutri, l’anima muore. Aiutare il prossimo è il nutrimento dello spirito. Vuoi vivere dopo morto? Devi scegliere. Sento in me l’immortalità. Vuol dire che ho già conquistato il paradiso».

«Presunzione di salvarsi senza merito». Uno dei sei peccati contro lo Spirito Santo.
«È un po’ da discutere. Mi vedo la strada davanti sicura al 100 per cento».

Le sue debolezze quali sono?
«Mia moglie mi rimprovera su tutto. Basta una goccia d’acqua per terra».

Capisco. Non sarà che lei predica bene ma razzola male?
«Be’, siamo uomini, no? Tutti uguali: imperfetti».
(579. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it