Spremute da tasse e caro mutui le famiglie non risparmiano più

Il 51% dei nuclei non riesce a mettere da parte neppure un euro. «Conti correnti troppo cari»

da Roma

Duemilasette, anno gramo per il risparmiatore italiano. Una famiglia su due non è riuscita a mettere in salvadanaio neppure un euro, e non per scelta consumistica: pur giudicando «indispensabile, o molto utile» risparmiare, semplicemente non ce la fa, spremuta com’è dalle spese per i bisogni indispensabili. Per la precisione, rileva il rapporto Bnl-Einaudi, giunto alla venticinquesima edizione, non risparmia il 51% delle famiglie. Nel 2006 era il 49%: la situazione è dunque peggiorata. La percentuale media di risparmio, per chi ce la fa, è del 9,6% del reddito: era il 9% l’anno scorso, ma nel periodo 1994-2002 era al 12%. La forma di risparmio preferita resta la casa, mentre permane molta diffidenza sulla previdenza integrativa finanziata con il Tfr.
Case e mutui. La ricerca della sicurezza nell’investimento è la preoccupazione principale del risparmiatore-tipo. Si mantiene così elevata (52% del campione) la soddisfazione nei confronti dell’investimento in case. Il 23,9% degli intervistati ha in corso un mutuo per l’acquisto dell’abitazione, quasi sempre una prima casa. Il mutuo continua a rappresentare la voce principale nell’indebitamento delle famiglie: nel 52,7% dei casi si tratta di prestiti a tasso variabile, che espone le famiglie stesse al rischio tassi. Complessivamente, l’ammontare dei mutui è pari a 244 miliardi di euro, circa il 17% del Pil (è il 74% del Pil negli Usa, il 78% nel Regno Unito, il 56% in Spagna, il 42% in Germania, il 32% in Francia). Dopo un rallentamento in estate, in ottobre il mercato italiano dei mutui - rileva il presidente della Bnl, Luigi Abete, alla presentazione del Rapporto - ha ripreso a crescere, al ritmo del +11,2% rispetto all’anno scorso.
Pensioni e Tfr. Nel Rapporto Bnl-Einaudi si conferma la scarsa diffusione dei fondi pensione, rispetto ad altri strumenti o al semplice «fai da te» pensionistico. Il 26% dispone di una polizza vita, il 14% aderisce a un fondo di categoria, il 7,3% a un fondo aperto, il 47% preferisce il «fai da te» per scarsa fiducia nei fondi. Ai lavoratori che hanno lasciato il Tfr in azienda è stato chiesto il motivo: per il 28% è stata una richiesta dell’azienda, «che non si poteva rifiutare»; un altro 25% ha spiegato di aver lasciato il Tfr per contribuire alla crescita dell’azienda in cui lavora; il 47% semplicemente «non si fida dei fondi pensione» che prometterebbero rendimenti irrealistici.
Informazione «carente». «In un mercato che si globalizza, in Italia c’è ancora poca informazione economica», afferma Abete. E aggiunge che il livello qualitativo è ancora basso, dunque il risparmiatore non riesce ad acquisire un’informazione consapevole. Questa situazione è parte di un «paradosso italiano» che vede il risparmiatore alla ricerca di sicurezze, ma che ha aspettative di rendimento non compatibili con investimenti a basso rischio.
Cari i conti correnti. La famiglia italiana, nell’83,5% dei casi, preferisce ancora tenere il conto corrente in una sola banca, anche se la critica. In particolare, il 47,8% giudica i costi del conto ancora troppo cari.