Sri Lanka, pronti in marzo i due villaggi del Giornale

Cento case per seicento senzatetto dello tsunami costruiti grazie alla generosità dei nostri lettori e alla Banca popolare di Sondrio. Lavori resi difficili dalla guerriglia delle "tigri tamil"

Trincomalee - Il tonfo delle cannonate fa tremare le finestre a Trincomalee, la città di mare nel nord-est dello Sri Lanka. Pochi chilometri più a sud l’artiglieria governativa martella le sacche dei ribelli separatisti tamil, chiamati le «tigri», ma bollati come terroristi dall’Unione Europea. La tragica storia della guerra civile fra maggioranza cingalese e minoranza tamil che va avanti dal 1983 si ripete, dopo 70mila morti e quattro anni di tregua cancellata da nuovi scontri e attentati.
Il dramma del conflitto è tornato a riaffiorare dopo la tragedia dello tsunami, l’onda assassina che il 26 dicembre 2004 spazzò anche le coste dello Sri Lanka uccidendo oltre 35mila persone. Le “tigri” tamil dell’Ltte (Liberation Tigers of Tamil Eelam), che controllano una bella fetta dello Sri Lanka settentrionale, pretendevano il 10 per cento degli aiuti internazionali, arrivati a pioggia, compresi 53 milioni di euro dall’Italia. Il governo ha detto no e la tregua è saltata.
Tanta povera gente è vittima due volte: dello tsunami e del ritorno delle ostilità. Per aiutarne almeno una parte stanno sorgendo 100 case, in due villaggi sperduti nella foresta. Cento famiglie, circa 600 persone, di origine tamil, dopo aver perso tutto avranno di nuovo un tetto grazie al buon cuore dei lettori de il Giornale, che hanno aderito alla sottoscrizione lanciata subito dopo lo tsunami. Con l’aiuto della Banca Popolare di Sondrio venne raccolto un milione di euro, che è servito a finanziare il progetto portato avanti fra mille difficoltà dal Cesvi (Cooperazione e sviluppo), una delle più attive organizzazioni non governative italiane.
La strada sterrata per i villaggi di Tiryai e Kattokulan, verso la zona controllata dalle tigri, è un’altalena di buche. I posti di blocco e la costante presenza dei fanti della marina, in assetto di combattimento, seminascosti nella rigogliosa vegetazione, dimostrano quanto sia alto il livello di tensione.
Dopo quaranta chilometri di sobbalzi un cartello bianco, firmato dal Giornale e dalla Banca Popolare di Sondrio, «per lo sviluppo della popolazione colpita dallo tsunami», spicca in mezzo al verde. Il villaggio di Kattokulan era stato raso al suolo dalla prima vampata di guerra negli anni Novanta. Trecentosettantacinque famiglie sono fuggite e solo con l’avvicinarsi della tregua del 2002 hanno cominciato a far ritorno nella zona lussureggiante, ma povera. Molti sono stati costretti a vivere da profughi, nei campi dell’Onu o in sistemazioni di fortuna lungo la costa, colpite duramente dall’onda assassina di due anni fa. «Che le divinità benedicano gli italiani per questo grande aiuto. Le case sono la nostra speranza», spiega Kanakasundaram Sounderaja, il preside della scuola locale, che è pure il prete hindù della comunità.
Immerse nel verde spuntano a macchia di leopardo le nuove case: in solida muratura, con due stanze, una delle quali con l’altarino per Shiva o altre divinità hindù, la piccola cucina rivolta ad est perché dev’essere baciata dal primo raggio di sole, un salone e la veranda esterna, sembrano più grandi dei 50 metri quadrati previsti. Su 100 abitazioni a 40 manca solo il tetto, a 22 l’ultima fila di mattoni e le altre stanno nascendo. Diciotto squadre di operai, per un totale di 120 persone, lavorano per consegnarle tutte fra marzo ed aprile. Un drappello di supervisori locali gira in bicicletta per le strade fangose dei due villaggi indossando come divisa la polo blu con la scritta “Humanitarian Staff Italy” sulla schiena e con quella “il Giornale” su una manica.
Diverse famiglie si sono già piazzate al fianco delle case in costruzioni vivendo sotto una capanna e non vedendo l’ora di avere un tetto vero sulla testa. Una signora sdentata ci spiega con disappunto che gli elefanti invadono spesso il villaggio e hanno anche distrutto delle fondamenta. Ritardi e intoppi sono stati provocati dalla mostruosa burocrazia della Repubblica socialista dello Sri Lanka, ma la mazzata più dura è arrivata con il riesplodere del conflitto. Le spaventose violenze dello scorso anno a Trincomalee, con le teste dei tamil esposte per strada, aveva costretto gli italiani del Cesvi ad evacuare. «Poi siamo tornati, ma vi garantisco che è un’impresa portare avanti il progetto sotto le bombe», spiega Nicola Bay, capo missione nello Sri Lanka, torinese, 36 anni, che si è fatto le ossa in Africa e nei Territori palestinesi.
«Siamo scappati dalla guerra andando ad abitare sulla costa ed il 26 dicembre del 2004. Sono stato il primo a vedere l’onda, alta come due palme, che ci arrivava addosso. In casa - racconta Kanapathipillai Gopalaretnan - vivevamo assieme alla famiglia di mio fratello. Mi ricordo che prese in braccio la bambina di un anno, ma l’onda lo travolse. Riuscì ad aggrapparsi a un ramo salvandosi, ma per sua figlia e la moglie non ci fu nulla da fare». I due fratelli adesso attendono la consegna di una delle case finanziate dai lettori de il Giornale.
Il problema è che dopo lo tsunami è tornato lo spettro della guerra etnica. L’esercito vuole spazzare via le sacche in mano alle “tigri” nello Sri Lanka orientale. I tamil, che vivono nelle zone controllate dai governativi, stanno subendo misteriosi rapimenti. Nella zona del progetto per le cento case, che prevede anche corsi di formazione per l’agricoltura, pozzi e una scuola materna, sono sparite da ottobre sette persone. Due le hanno trovate morte, con le mani legate dietro la schiena e segni di tortura, a Trincomalee.
Ma la strategia del terrore delle sparizioni, con centinaia di casi, riguarda tutte le zone tamil. «Mio figlio è stato rapito da due uomini armati davanti ai miei occhi, con la scusa di farsi indicare il sentiero verso la vicina base della marina. Non è più tornato», denuncia Kasi Kanthaiya. Il desaparecido si chiama Pahendran e suo figlio, di soli 7 anni, che aveva già perso la madre per malattia, stringe in mano la foto del padre, portato via a un passo dalla nuova casa costruita dagli italiani, dove, se tornerà, andrà ad abitare.