Dalla stabilità al fisco federalista: dieci vantaggi con la vittoria del Sì

Il premier potrà sciogliere le Camere, ma il Parlamento avrà sempre l’ultima parola

I dieci motivi per votare sì al referendum:
A Per rispettare la volontà popolare
È la Costituzione (art. 138) a consentire il referendum popolare sulle modifiche costituzionali. Ciò significa che i «padri della Costituzione» ritennero i cittadini idonei ad esprimere un giudizio anche su materie necessariamente tecniche e complesse. È pura presunzione che su certe questioni spetti pronunziarsi solo agli specialisti.
B Per correggere la riforma del centrosinistra
Votando Sì, si modifica la riforma votata nel 2001 dal centrosinistra, che ha provocato un vertiginoso aumento del contenzioso tra Stato e Regioni e ha contribuito a peggiorare i conti pubblici. Qualunque sia la maggioranza al governo, la riforma approvata dal centrodestra definisce con maggiore precisione i poteri dello Stato e delle Regioni, per cui ne beneficeranno i conti pubblici e la trasparenza.
C Per avviare il federalismo fiscale
La vittoria del Sì costringerà la maggioranza ad aprire subito un dialogo sul federalismo fiscale che a sua volta responsabilizzerà gli Enti locali di fronte ai cittadini, spingendoli a un migliore utilizzo delle risorse e a contenere la pressione fiscale che dovrà essere giustificata in base agli obiettivi che i bilanci regionali intendono conseguire. Il risanamento della finanza pubblica deve partire dagli Enti locali i quali già gestiscono il 70% delle risorse. Ciò consentirà anche di controllare meglio la lotta agli sprechi.
D Per ridurre il numero dei parlamentari
La vittoria del Sì condurrà a una drastica riduzione del numero dei parlamentari. Anche Prodi l’ha promessa ed anzi ne ha rivendicato una più consistente. Ma si tratta di promesse, come l’immediato taglio di 5 punti del cuneo fiscale o l’Ici. Il centrodestra è riuscito là dove sembrava impossibile: che un Parlamento approvasse una riduzione del numero complessivo dei suoi membri. Se vincerà il No, il Parlamento resterà pletorico: ne è una prova il numero record di 102 membri del Governo che Prodi ha stabilito... in nome della riduzione delle spese e dell’efficienza.
E Per dare autorevolezza al Governo e al Premier
La debolezza dell’Esecutivo italiano è stata lamentata da oltre vent’anni da politici e da costituzionalisti. Tutte le democrazie avanzate hanno governi e premier dotati di forti poteri. La Costituzione del 1948, quella che l’Unione vuole conservare (e che Ciampi ha definito buona e viva), ha causato all’Italia un gap istituzionale che si riflette negativamente anche sul piano economico. Un governo non può prendere impegni sul piano internazionale ed europeo (vedi caso Tav), nell’interesse nazionale, e poi restare bloccato con il rischio di perdere i finanziamenti della Ue e la conseguenza di vedere l’Italia tagliata fuori dalle grandi direttrici delle comunicazioni.
F Per dare stabilità al governo
Non è vero che la riforma approvata dal centrodestra crei un Premier «onnipotente», come sostiene Oscar Luigi Scalfaro, prefigurando un ritorno al fascismo. Se si esamina attentamente il testo della riforma, si scopre che il Premier ha la forza, potendo chiedere lo scioglimento della Camera, di tenere unita e solidale la sua maggioranza, ma alla fine è questa ad avere l’ultima parola, sia perché, senza cambiare la propria composizione politica, può sostituire il Premier, sia perché in caso di scioglimento anticipato può proporre un candidato-premier diverso. È una grave disinformazione quella condotta dalla sinistra sull’«onnipotenza del premier».
G Per evitare ribaltoni e limitare la partitocrazia
Poiché gli elettori, con la riforma del centrodestra, scelgono direttamente e allo stesso tempo un Premier e una maggioranza, è logico che la Costituzione preveda strumenti per garantire il rispetto del voto il più a lungo possibile. La stabilità, una volta diventata consuetudine, avvierà un processo virtuoso di riduzione del numero dei partiti, avviando anche l’Italia sulla strada del bipartitismo. Se si sa che la Camera non viene sciolta e può creare al proprio interno nuove maggioranze, rimarrà forte la tendenza alla formazione di nuovi partiti per organizzare dei ribaltoni, come è avvenuto con il centrosinistra nel corso della legislatura del 2996-2001.
H Per mettere fine al bicameralismo perfetto
Contrariamente a ciò che afferma la sinistra, la riforma del centrodestra non depotenzia il Parlamento rispetto al Governo. Anzitutto, mettendo fine al bicameralismo perfetto (Camera e Senato con gli stessi poteri), responsabilizza ciascuno dei due rami del Parlamento a svolgere la propria attività senza lunghe e costose duplicazioni. In secondo luogo, consente di applicare il principio dell’interesse nazionale - «dimenticato» dalla riforma del centrosinistra - che garantisce il perseguimento dei grandi obiettivi politici ed economici del Paese. La sinistra afferma che il meccanismo legislativo risulta complicato: in tutti gli Stati federali - basta vedere la Costituzione tedesca - viene regolato nel dettaglio il rapporto tra il potere legislativo centrale e il potere legislativo regionale più aderente ai bisogni del territorio.
I Per ridurre i costi della politica
È una tendenza generale, dagli Stati Uniti alla Francia e alla Germania, che i bilanci degli Enti locali crescano più di quelli centrali. La riforma del centrodestra pone le premesse per una riduzione delle spese dello Stato centrale. Se è possibile supporre alcune temporanee duplicazioni nella fase dei trasferimenti di competenze, resta da calcolare il successivo sicuro risparmio che verrà da uno Stato più leggero e da Enti locali più direttamente responsabili verso i cittadini.
J Per aprire un dialogo riformatore
Il grande merito della riforma del centrodestra è che è stata fatta dopo un quarto di secolo di chiacchiere. La sinistra sostiene che è inutile approvare una riforma con la dichiarata intenzione di modificarla. Eppure si può modificare solo una riforma approvata, non una riforma non approvata. La sinistra, avendo la maggioranza, ha i mezzi per avviarne una modifica e il centrodestra si è già dichiaro pronto a parteciparvi. Solo la vittoria del Sì obbligherà la sinistra a dimostrare fondata la sua intenzione di avviare un dialogo sulla riforma della Costituzione. La vittoria del No la lascerebbe libera di aprire un dialogo oppure di non aprirlo. Poiché è stato Romano Prodi a dare un significato politico al referendum, inteso come una conferma della vittoria dell’Unione alle elezioni del 9-10 aprile, per cui difficilmente cambierà idea in caso di vittoria del No, solo la vittoria del Sì lo obbligherà ad imporre alla propria coalizione l’apertura del dialogo o a verificare che non dispone di una maggioranza.