Lo stagno in cui nuota il terrorista

In tutti i Paesi d’Europa si temono i colpi del terrorismo di matrice islamica e i responsabili della sicurezza, alla luce di quanto sta emergendo dalle indagini a Londra, non si nascondono che è maledettamente difficile prevenire gli attacchi. Il nemico, l’attentatore che disprezza la vita, anche la sua, ormai non ha più necessità di arrivare da lontano, non ha bisogno di varcare montagne, mari e frontiere: è già fra noi, mimetizzato nelle pieghe accoglienti di società aperte e tolleranti, coperto dalla normalità apparente di una migrazione magari compiuta da anni, di una convivenza senza drammi. La televisione mostra aeroporti e stazioni in cui poliziotti in assetto di guerra vigilano e volenterosi cani fiutano, ma è evidente che il nemico può anche non essere alle porte, è già entrato.
Un diffuso sentimento di elementare giustizia, proprio delle società democratiche dell’Europa e dell’Occidente, ci impone di distinguere, di non generalizzare, di non intossicarci coi sospetti. Non possiamo e non dobbiamo identificare semplicisticamente il terrorismo internazionale con l’Islam, ma dobbiamo pur chiederci su quali collaborazioni, solidarietà, comprensione e complicità possano contare i terroristi. Un autorevole commentatore arabo, citato da Oriana Fallaci, ha sottolineato che non tutti gli islamici sono terroristi, ma, negli ultimi tempi, quasi tutti i terroristi sono islamici. Gli attentatori, gli aspiranti kamikaze, i raccoglitori di fondi, gli addestratori e i fornitori di esplosivo sono certamente un’infima minoranza rispetto ai milioni di musulmani che vivono in Europa. Pochissimi pesci, certamente, ma dobbiamo chiederci quanto grande sia lo stagno in cui riescono a nuotare senza pericolo. Qual è la concentrazione di consenso in quell’acqua?
Simili problemi ce li siamo posti, non molti anni fa, per il nostro terrorismo. Scoprimmo che le esigue schiere dei brigatisti erano circondate da un ampio alone di simpatizzanti, cantate e indottrinate da uno stuolo di cattivi maestri, osservati con apparente distacco, ma senza moti di disgusto, da chi diceva: «Né con lo Stato né con le Br».
Soffermiamoci sui fatti di Londra. Nei giorni scorsi due giornali pubblicati in arabo nella capitale britannica, uno on line, ostentavano simpatia per le azioni dei terroristi kamikaze. Descrivevano in termini esaltanti l’azione contro Israele: «Operazione di fedayn fa tremare il nord di Tel Aviv», e ancora: «Operazione di martirio in Israele». L’infamia delle bombe umane, quindi, descritta come azione eroica. Questi giornali sono letti, sono consultati, esprimono una sintonia di fondo fra chi li finanzia e li orienta e un certo pubblico che vi si abbevera, li paga, li diffonde, li sostiene.
Quanti sono in Gran Bretagna i cittadini di religione musulmana, formalmente rispettosi della legge inglese, che nel cuore e nella mente non si sentono vicini ad Al Qaida, ma nemmeno alla regina? E questa, diciamo così, equidistanza è veramente perfetta? Oppure è falsata da un istintivo moto di simpatia dovuta all’affinità, al comune sentire, all’identità dell’origine? E la stessa analisi va fatta per l’Italia, per la Francia, per l’Olanda, per tutti i Paesi d’Europa.
Inutile girarci intorno, la difficoltà della lotta al terrorismo jihadista è legata in buona parte alle ambiguità, agli errori e le omissioni del cosiddetto «islam moderato». Quanto moderato? Non sarà per caso troppo moderato nel condannare la violenza? Le cronache hanno riferito dei discorsi incendiari di tanti imam, propagandisti se non proprio arruolatori per la «guerra santa»; ora, non crediamo che tutti i fedeli che frequentano le moschee siano terroristi in atto o in potenza, ma come mai subiscono come guide spirituali tanti predicatori d’odio?
Gli esperti hanno già segnalato la pericolosità di giovani musulmani nati in casa nostra, europei di seconda generazione, simili ai kamikaze di Londra, irretiti dalla predicazione terroristica, proiettati dall’interiore estraneità nella nuova patria (sarebbe meglio dire semplicemente dimora) alla dimensione epica e mitologica della «jihad». Ed è curioso che le cellule di Al Qaida lavorino con successo in Europa più che in Medio Oriente: le aperture, le garanzie, le libertà che le nostre società democratiche assicurano consentono uno spazio di manovra maggiore che in società chiuse e illiberali.
I pesci-terroristi non saranno tantissimi, ma gli stagni sono numerosi.
Proprio perché vogliamo che le nostre società restino democratiche e aperte, ben iscritte nel solco di un’irrinunciabile tradizione civile, ci sforzeremo di distinguere, capire, separare, scegliere, senza facili semplificazioni. Compito enorme, che però non può contare soltanto sulla taumaturgia dell’intelligence. Sarebbe bene che anche l’Islam migliore rinunciasse magari a un po’ della sua moderazione e battesse ogni tanto qualche colpo. Chiamando coi loro nomi i carnefici e i terroristi.