Staino: "Il Pd è senza valori"

Il disegnatore di Bobo, personaggio cult della sinistra, lascia il
partito e si candida con Sinistra e libertà: "La cosa umiliante? Essere
stato minacciato di espulsione e poi risparmiato con una scusa
inverosimile"

Roma - Dopo il caso clamoroso della madre del sindaco Emiliano che dice di votare per Nichi Vendola, il suo è stato il caso più clamoroso nella separazione fra Pd e Sinistra e libertà. In primo luogo perché il passaggio di Sergio Staino alla lista del governatore della Puglia e di Claudio Fava è un doppio colpo che segnala due cose: lo strappo simbolico e il conflitto politico personale. E poi perché la perdita di Bobo - la creatura più famosa del disegnatore toscano, la «mascotte» della sinistra italiana - per il Pd, è un danno non quantificabile: è come se la Coca cola rinunciasse al suo simbolo, è come se l’omino della Goodyear si schierasse con la Pirelli. E infatti Staino ha disegnato i motivi del suo strappo in una vignetta per il Corriere Fiorentino diretto da Paolo Ermini che ha fatto discutere tutta la città. Oggi, fra disincanto, affetto e amarezza spiega cosa l’ha ferito di più: «Prima essere minacciato di espulsione. E poi risparmiato con una scusa inverosimile!».

Staino come è possibile che alla sua età Bobo abbandoni il Pd?
«Ecco, appunto. È vero il contrario. Bobo è stato abbandonato dal Pd e non si capacita di come possa essere accaduto».

In che senso?
«Per Bobo, come tutti i militanti non ortodossi e non ideologici, il bene più importante sono i valori della correttezza e della laicità, l’attaccamento agli ideali. Quando ha sentito che questi venivano meno la sua appartenenza al partito è entrata in crisi».

E quand’è che lei e Bobo siete arrivati allo strappo?
«Sia io che lui abbiamo una figlia che sia chiama Ilaria. Nelle strisce di Bobo Ilaria è rimasta una ragazzina. Nella mia vita è una trentenne che si è trovata in un paese in cui l’accesso alla procreazione assistita le è di fatto negato. Così, quando ha visto come si comporta il Pd su questi temi, mi ha detto: “Papà, io non voto più”. Abbiamo parlato... ».

La sua candidatura in Sinistra e libertà è dunque una vendetta?
«Al contrario. È un gesto di affetto e responsabilità. Mi candido con Vendola nella speranza di fermare l’emorragia di voti verso l’astensione. Avrebbero dovuto ringraziarmi, è un gesto utile».

E invece?
«Il segretario del partito locale, Nannoni, mi ha chiamato: è stato imbarazzante».

In che senso?
«Mi ha detto più o meno: “Sai, mi dispiace, ma nel partito sono furibondi, ti vogliono buttare fuori, sono costretto a farlo anche se mi dispiace”».

Lo conosceva?
«Da una vita. Ma quando si arriva alla farsa conta poco».
Non è stato tentato di tornare indietro? Era ancora in tempo
«Nemmeno sfiorato dall’idea. Vede, questo partito non discute più, non si riunisce più per nulla, se almeno avessi prodotto una scossa sarei stato contento».

Non è accaduto?
«È successo di peggio. Visto che con questa storia dell’espulsione si stavano coprendo di ridicolo, non sapevano come tornare indietro... Sa cos’è accaduto?».

Me lo racconti.
«Mi richiama il povero Nannoni e mi fa: Sergio, abbiamo avuto fortuna. Visto che tu non sei iscritto, allora possiamo non espellerti. Sei contento?».

Avrà sospirato di sollievo...
«Ma sta scherzando? Mi sono incazzato ancora di più!».

Perché?
«In primo luogo perché era una patetica bugia. Io mi sono regolarmente iscritto e visto che il Pd si riunisce poco o nulla... ».

Che ha fatto?
«Per essere rigoroso ho dato i soldi della quota a una compagna e le ho detto: la tessera me la date alla prima occasione».

Invece ora tutti sono contenti di poter dire che lei non è iscritto.
«Questo è veramente grottesco. Sa cos’ho pensato? Se non sono mai stato iscritto al Pd allora chiedo il pagamento di tutte le vignette che ho fatto gratis per il partito, per i volantini, il giornale della festa... Una al giorno!».

E non lo ha fatto?
«No. Mi sembrava umiliante. Per loro. Così mi fanno sparire come i rivoluzionari bolscevichi dalle foto: non c’è mai stato... ».

Cosa le hanno detto i leader?
«E chi li ha sentiti?».

Non l’ha chiamata nessuno?
«Purtroppo no. Solo uno, non dico il nome nemmeno sotto tortura, quello che stimo di più, mi ha parlato prima, quando ha saputo che stavo per candidarmi».

Questo è D’Alema...
«Non lo dico. Però, è stato molto comprensivo. Ha capito, e allora non voglio inguaiarlo».

E Veltroni?
«Ci ho lavorato per anni, a l’Unità: è stato il mio direttore, un amico... Ma non si è fatto sentire. Ma non era un obbligo, sia chiaro».

E Fassino?
«L’ho difeso per anni, sul giornale, mi piaceva il suo modo di lavorare, sgobbone, serio... ».

Neanche lui l’ha chiamata?
«No. Ma meglio così: la sua incomprensibile uscita sulle navi di clandestini da respingere, donne incinte comprese, mi ha fatto incazzare terribilmente. Glielo avrei detto a muso duro».

E Domenici?
«Lasci perdere Domenici! La sua candidatura è una delle cose oscene di questo Pd. È il simbolo della Casta che difende se stessa».

Perché?
«Mi è piaciuto quello che ha detto di lui Pistelli: è uno dei sindaci meno popolari nella storia, sulla sua amministrazione c’è un malcontento incredibile, allora lo sistemiamo in Europa per trovargli un posto. Le pare possibile?».

Quanti la pensano come lei nel Pd?
«Moltissimi. Ma questo ormai è un partito in cui nei corridoi si dicono le maialate più atroci, ma poi in pubblico non discute più».

E Franceschini l’ha chiamata?
«No, nemmeno lui. Ma lo capisco. Non gliene frega nulla di me, sono una cosa troppo piccola e troppo poco importante, per lui, non faccio parte della sua storia».

Ci sarà pure qualcuno che si è comportato bene!
«Concita De Gregorio. Ho sospeso per correttezza la collaborazione con il Corriere e avrei fatto altrettanto con l’Unità».

E invece?
«Invece lei mi ha invitato a non mollare e mi ha permesso di pubblicare delle vignette in cui ho raccontato il travaglio di Bobo. È stata impeccabile».

Certo che la perdita di Bobo e di Staino, per il Pd è un colpo.
«D’Alema un giorno, disse di me in pubblico: “Staino è un compagno romantico che ci vorrebbe uniti e intenti a lavorare”. Aveva ragione: ma proprio per questo non posso accettare il Pd sulle posizioni della Binetti».

Perché ha scelto proprio Sinistra e libertà?
«Per me Di Pietro fino ad oggi è stato il simbolo di un giustizialismo populista che non ha nulla a che fare con la mia cultura, garantista e rispettosa dei diritti».

Perché non i radicali?
«Ho simpatia per loro e credo che avrebbero dovuto anche loro aggregarsi con Vendola, Fava e i socialisti. Sui temi chiave hanno le stesse idee».

Perché non Ferrero e Diliberto?
«Perché da quando sono nato combatto contro l’ortodossia e l’ideologismo di una sinistra dogmatica e conservatrice che loro rappresentano benissimo».

Quanti compagni del Pd le dicono “stai sbagliando tutto”?
«Nemmeno uno. Anzi. Molti mi dicono fai bene».

Qualcuno avrà pure protestato.
«Sì, due mail, di due che si sono qualificati come sostenitori di Domenici. Il che spiega tutto».

Quanta campagna elettorale sta facendo?
«Zero. Avevo un impegno con l’Unità, seguire il Giro. È un lavoro bellissimo e quando prendo gli impegni li mantengo».

Ma senza campagna elettorale, quanti voti prenderà?
«Non lo so, la mia è stata una scelta simbolica, il mio modo di restare fedele alle mie idee, delle poltrone non mi importa».

Magari dopo soffrirà.
«Mia moglie dice: prenderai 50 voti e finirai in depressione».

E lei?
«Le ho risposto: 50 voti forse. La depressione mai. E se Sinistra e libertà fa il quorum anche grazie a questo piccolo gesto godo».