Statali, c'è chi lavora un'ora al giorno

La classifica dei fannulloni: nel pubblico impiego il primato dell'ozio va ai docenti universitari incaricati. Militari stakanovisti: nove ore al dì. I dati della Ragioneria generale sulle scrivanie vuote, il record va a <strong><a href="/a.pic1?ID=264474">Palazzo Chigi</a></strong>

Roma - Quanto deve lavorare un professore universitario per essere a tempo pieno? Da un’ora e 12 minuti a tre ore e 39 minuti al giorno. Tempi più adatti - verrebbe da pensare - alle ripetizioni di un ragazzo delle scuole medie, che a un’attività complessa come quella del docente, diviso tra didattica, ricerca ed esami. Eppure il timing dei dipendenti pubblici, calcolato ieri dal quotidiano economico Il Sole24Ore - sulla base di una circolare della Ragioneria generale dello Stato a corredo del Conto annuale, il rapporto sulla base del quale viene misurato il pubblico impiego - lascia poco spazio a dubbi. C’è l’ora e 12 del professore incaricato. Le 2,3 dei ricercatori e, finalmente, le 3,39 del professore ordinario.

Sempre restando in ambito accademico, ci sono altri carichi di lavoro che non possono non suscitare ammirazione e invidia. Dall’ora e mezza dei ricercatori part time agli «esperti linguistici» che non arrivano alle due ore giornaliere. Sicuramente si tratta del risultato delle peculiarità del lavoro universitario, che non si può limitare alle ore passate dietro la cattedra o la scrivania. E c’è da scommettere che la maggior parte dei professori, ricercatori e lettori superi regolarmente il limite orario giornaliero. Come nel caso dei professori di scuola media. Difficile immaginarli al lavoro solo per le quattro ore giornaliere previste dal contratto.
La lista elaborata dal quotidiano, sempre in ambito Istruzione, continua con le 5,12 ore dei docenti di religione e le più accettabili 7,12 ore del personale Ata, cioè i segretari e gli amministrativi della scuola.

Orario, quest’ultimo, in linea con quello medio di tutto il pubblico impiego. E con quello delle Forze armate. Un po’ superiore a quello dei medici del servizio sanitario nazionale che lavorano 6,18 ore, anche se per 301 giorni all’anno e non per 252 come il resto dei dipendenti pubblici.

Ma non è sempre così. Nell’amministrazione dello Stato c’è anche chi supera la famosa soglia delle otto ore al giorno. Per essere a tempo pieno, i superiori delle forze armate, i magistrati, e i dirigenti devono rispettare le nove ore giornaliere.

Una giungla di regole, insomma, complicata ulteriormente dal grande numero di contratti del pubblico impiego. Basti pensare che solo nelle università ce ne sono quattro. Tre nei ministeri e addirittura due dedicati alla sola Presidenza del consiglio, che conta poco più di 2.000 dipendenti. Battono tutti i record le Regioni e gli enti locali che contano 15 contratti. E non si tratta solo di una moltiplicazione delle trattative e delle intese. Insieme ai contratti, nel pubblico impiego c’è un gran numero di indennità, cioè dei soldi in busta paga concessi a vario titolo. Il Sole ne ha contate in tutto 162. Ma si tratta di una stima per difetto perché nemmeno la Ragioneria generale dello Stato è riuscita a censirle tutte. Negli anni sono state tante le leggi che hanno arricchito a vario titolo le paghe di statali e dipendenti degli enti pubblici. E adesso è impossibile tenerne il conto.