Lo Stato Islamico prospera sugli errori dell'Occidente

«A chi subisce ingiustizie e a chi le commette, agli oppressi e agli oppressori, alle vittime e ai carnefici. Perché, alla fine, non si sa se sarà più grande il dolore degli uni o la vergogna degli altri». Questa dedica sintetizza il pensiero del giovane Vincenzo Riganti, maturato attraverso le ricerche condotte sul radicalismo islamico, che è un tema avvolto da nebbie, non poco ostico e drammaticamente attuale. Allo stesso modo può descriversi quella particolare espressione territoriale del radicalismo islamico, nata nel giugno del 2014 ma di ben più profonde radici, che risponde al nome di Stato Islamico. È per questo che va apprezzato ogni tentativo di avvicinare a questi temi il maggior numero possibile di pubblico, anche e soprattutto quando si tratta di opere rivolte ai non addetti ai lavori, all'uomo della strada, e dunque a tutti coloro che devono la loro informazione (quanto davvero completa?) ai mass media e ai programmi televisivi.

Ebbene, Radicalismo islamico e diritto penale (Cacucci Editore, pagg. 164, euro 16), il libro di Vincenzo Riganti, si assume coraggiosamente il compito di parlare di questo tema in modo innovativo, ponendosi come fine espresso, ambizioso ma perfettamente riuscito, quello di associare «la prospettiva divulgativa con la profondità tecnica».

Il merito di questo breve ma incisivo volume è saper raccontare stravolgendo i dogmi e i luoghi comuni per mezzo di una appassionante e serrata analisi razionale del fenomeno radicale. Riganti propone una dettagliata e profonda storia dello Stato Islamico, rinvenendone le radici negli errori commessi dall'Occidente nel corso della seconda Guerra dell'Iraq: mai prima d'ora erano state analizzate e poste fra loro in correlazione così numerose fonti riguardo il capillare sistema economico e fiscale dell'IS, al suo apparato amministrativo e alla sua struttura bellica; mai prima d'ora era stato dimostrato in modo così accurato che lo Stato Islamico altro non è stato se non una terribile creazione a opera delle sconfitte forze militari irachene e dei servizi segreti fedeli a Saddam, giunti a utilizzare il fondamentalismo islamico come strumento di controllo territoriale di una regione da sempre oggetto di inefficienti e illegittimi interventi occidentali. Difficile da credere? Forse, prima di aver letto il saggio.

E come reagiscono alla minaccia del terrorismo gli Stati occidentali? Il libro non ha timore di evidenziare l'irrazionalità di un sistema di contrasto al radicalismo islamico basato in via prevalente sulla sanzione penale: uno Stato che voglia essere efficiente nella lotta al fondamentalismo dovrebbe invece assegnare un ruolo centrale alla prevenzione, ponendo in essere - ad esempio - alcune radicali (e non più procrastinabili) scelte in materia di circolazione delle armi. Ma è sul piano delle relazioni sovranazionali che l'analisi dell'autore si fa ancora più stringente: la guerra deve cessare di essere la prima e l'unica risposta che i nostri Paesi, spesso mossi da inquietanti interessi economici (i conflitti bellici in Afghanistan, Iraq, Libia e Siria ne sono esempio), oppongono al fenomeno terroristico.

Non si può che essere fieri del fatto che giovani come Riganti, venticinquenne, si avventurino in terreni così contrastati e impervi, fornendo analisi e idee secondo nuove prospettive. In un momento storico in cui la paura - guidata anche da interessi elettorali - potrebbe portarci a errori imperdonabili, Vincenzo Riganti ricorda quali sono i valori cui una democrazia dovrebbe attenersi, a livello sia interno che dei rapporti internazionali. Pena, come dice la dedica in apertura, il provocare disastri in termini umani e l'attirare su di sé la riprovazione delle future generazioni.