Storia di Normy, il gatto che dovette fuggire da Pola

Piero Tarticchio rievoca in forma di fiaba la tragedia degli istriani

«Come si può ricordare ciò che non si conosce?». Con questo interrogativo si chiude la Storia di un gatto profugo (Silvia editrice, pagg. 254, euro 17), un abile lavoro di Piero Tarticchio che mette in scena gatti ed umani per far conoscere ai giovani l’atroce realtà delle foibe tenuta sotto silenzio per opportunismo politico o, nei rarissimi casi in cui se n’è parlato, travisata da uno storicismo di parte. Soltanto nel 2004, nel sessantesimo anniversario del Trattato di Pace firmato a Parigi il 10 febbraio 1947, il Senato della Repubblica ha approvato la legge che istituisce il 10 febbraio «La giornata del Ricordo dell’Esodo e delle Foibe» ed è a proposito di questo riconoscimento doveroso che lo scrittore si pone la domanda conclusiva del libro. Come si può ricordare ciò che è stato volutamente passato sotto silenzio per oltre mezzo secolo?
Presidente del Centro di Cultura Giuliano Dalmata e del Comitato Provinciale di Milano dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, pittore e autore di libri come Nascinguerra e Le radici del vento, Piero Tarticchio è nato a Gallesano vicino a Pola nel 1936. Figlio di una delle innumerevoli vittime delle foibe - le voragini carsiche profonde fino a 200 metri che dal ’43 al ’54 sono state impregnate d’innocente sangue italiano - Piero Tarticchio nel suo racconto ha rinunciato volutamente ai toni drammatici ed è ricorso a una scrittura più lieve, da romanzo-favola, ricca però di eloquenti metafore. «Nel nostro tempo - scrive l’autore citando Balzac - le favole fanno l’impossibile per assomigliare alla realtà».
La storia comincia con la morte di Normy, amatissimo gatto del professor Bonivento, ma il traghettatore degli spiriti felini (un Caronte ormai smemorato) si sbaglia e invece di portarlo nell’Eden, dove gli animali godono una vita felice, lo deposita in un facsimile del Paradiso. Qui, inaspettato ospite, Normy arriva fino al Creatore e questi, affascinato dall’eleganza del gatto, gli ricorda la storia della sua sesta vita (i gatti ne hanno sette) trascorsa in Istria negli anni delle persecuzioni e dell’esodo. Il racconto prosegue poi in terra istriana, a Pola, dove tre gatti - Bandito, Nerone, Collare - intrecciano le loro avventure con quelle del loro padroncino, Leo, e dei suoi familiari, i Bonivento. Alle prodezze dei tre personaggi a quattro zampe (furti, lotte d’amore) si alterna la storia della famiglia, una storia normale, borghese, che si sviluppa armoniosamente nel tempo fino a quando sarà tragicamente disgregata dall’arrivo dei partigiani titini. Qualcuno sarà portato via e scomparirà per sempre, qualcun altro riuscirà a fuggire e persino i tre mici, accusati di essere «gatti fascisti», saranno uccisi. E gli altri?
Fuor di metafora lo scrittore, alla fine del libro, racconta il drammatico esodo dei 350.000 italiani cacciati dalla loro terra, espropriati dei loro beni, costretti a una diaspora che li ha portati a disperdersi per il mondo. E racconta delle esecuzioni «in nome del popolo», delle eliminazioni fisiche che, a parte le vendette personali, hanno fatto vittime indiscriminate tra militi della Repubblica sociale e antifascisti, tra sacerdoti, primo fra i quali don Angelo Tarticchio (parente dello scrittore) torturato e ucciso «in odium fidei», partigiani non comunisti e membri del Comitato di Liberazione. Ancora oggi non è possibile sapere il numero di queste vittime calcolate approssimativamente in 20.000 o, misurazione ancor più agghiacciante, quantificate in 200 metri cubi di cadaveri (come è accaduto quando sono state scoperte le foibe di Basovizza), massacrati a colpi di piccone, torturati, legati gli uni agli altri con il filo di ferro, mentre in Italia e in Europa si festeggiava la pace.