La storia tutta italiana delle note dei Nomadi

Per «non dimenticare il 25 Aprile», un complesso indimenticabile: i Nomadi. Saranno loro, questa alle 21,30 al Vaillant Palace di Genova, il cuore della terza edizione di «W la Libertà». Il momento commemorativo vero e proprio si dipanerà attraverso la lettura di poesie partigiane accompagnate da un suggestivo mix di immagini d'epoca, che faranno rivivere la battaglia per la liberazione nelle «ordinarie scene di guerra quotidiana», con i giovani combattenti che abbinavano al cupo rimbombo degli spari struggenti melodie e persino improvvisati passi di ballo.
Era il modo con cui i liberatori provavano a esorcizzare la guerra e la morte, facendo emergere un ottimismo che in quel momento poteva apparire assurdo e che oggi, invece, sappiamo essere ben motivato. Perché questo Paese, nonostante le sue difficoltà e i molti problemi da superare, è un Paese libero, che ha appena celebrato il rito democratico per antonomasia, le elezioni, e che può radunarsi in un palasport per cercare nelle radici della Repubblica, le energie necessarie a darsi un futuro ancor migliore.
Lo stesso che i Nomadi progettano ogni anno da 45 anni, dal quel 1963 in cui il tastierista Beppe Carletti, il cantante Augusto Daolio e il batterista Leonardo Manfredini decisero di mettersi insieme, assumendo un nome che è tutto un programma: Nomadi, cioè liberi soprattutto nella mente, pronti a esplorare le praterie dell'impegno politico e della musicale, divenuto lo strumento per un messaggio di fratellanza e amore. Un cd-live, realizzato lo scorso autunno con la Omnia Symphony Orchestra del maestro Bruno Santori, ripercorre le tappe di un percorso che appare ben lungi dall'essere concluso. Con le loro canzoni i Nomadi attraversano quasi l'intera storia dell'Italia post bellica, vivono la fase del boom economico e immortalano i primi fremiti della contestazione giovanile. Da Come potete giudicar, cover di The revolution kind di Sonny Bono, un inno al beat che narra di capelloni e benpensanti, fino ai giorni nostri è un'escalation di musiche e testi che disegnano la società come Beppe and company la vorrebbero e com'è. Passando per Dio è morto, traccia principale del primo long playng pubblicato nel 1967 con il titolo Per quando noi non ci saremo. La canzone parla di un Dio che muore nelle cattive nuove abitudini della gente e di un Dio che risorge quando l'uomo riscopre la bontà che i giovani sanno esprimere. Sono contenuti duri per l'epoca, che una Rai bacchettona e perbenista censura, ma che la Radio Vaticana, ben comprendendo il messaggio ottimista proprio del cristianesimo, capisce e diffonde sulle sue lunghezze d'onda. Da quel momento in poi, superando varie fasi che ne modificano anche la struttura, i Nomadi non conoscono cali di popolarità né stanchezza creativa.
Un complesso evergreen, come dimostra lo straordinario successo incontrato dalle versioni rimasterizzate di tutti gli album del periodo Emi usciti tra 1967 e 1979, e sempre impegnato nel tentativo di far emergere dalla musica l'anima di un Paese dai mille tormenti eppure così profondamente amato.
Come diceva il tour 2007, «Una storia italiana». Una bella storia.