STORIE di un altro mondo

La vita di Carlo fu all’insegna del marxismo: ma l’artigiano, cresciuto a pane e Unità, morì prima di vederne il crollo

Lo chiamavano «u' storpiao» ed era il fabbro del paese. La fucina per «arroventare il ferro e batterlo all'incudine» si trovava nel bugigattolo posto in piazzetta «Darsena» (poi intestata ai Montefinale), sotto il torrione. Carlo, così si chiamava, era nato a Porto Venere nel 1904 ed, all'età di sei mesi, era stato colpito alle gambe dalla poliomelite, la terribile paralisi infantile.
La mamma, Anita detta Cro-Crò, mentre lo sollevava dalla culla, s'accorse, inorridendo, che le gambe dondolavano e andavano per loro conto come parti staccate dal resto del corpo. All'età di sette anni, nel 1911, gli era stata amputata la gamba destra che minacciava la cancrena, con l'applicazione di una protesi di legno. L'intervento era stato eseguito all'ospedale «Regina Margherita» di Napoli, il miglior centro sanitario ortopedico dell'epoca. Quel ricovero era stato possibile grazie all'interessamento di uno zio di Carlo, Enrico Portunato, il quale intratteneva amichevoli rapporti con i principini di Savoia per averli ospitati più volte sulla nave da crociera al suo comando, appartenente alla Compagnia di Navigazione Florio, oggi Tirrena. Fu, quella trasferta a Napoli, un'odissea che durò sei mesi ed il bambino trascorse, per cause di forza maggiore (basti pensare quale impresa potesse essere a quel tempo un viaggio nel meridione d'Italia), da solo lunghi periodi della degenza, ma assistito amorevolmente dal personale medico e da quello infermieristico. Carlo era di costituzione massiccia, camminava appoggiandosi alle grucce con un movimento rotatorio del busto che si avvitava sugli arti; indossava una giacca rassomigliante a quella di uno scolaretto, ai piedi calzava scarponcini neri ed, in capo, portava una berretta, stile coppola.
Intorno agli anni ’30 aveva iniziato ad apprendere il mestiere dal fabbro del paese, Paolo Vigna, nativo di Chiesina Uzzanese e con qualche probabile rapporto di parentela con il già procuratore nazionale antimafia Pier Luigi. Quando Paolo perì in un naufragio, lasciava scritto che tutti gli arnesi di sua proprietà dovessero passare a Carlo. Per quel lascito si sentì in debito verso il suo «maestro» e, pertanto, s'impegnò a continuare nel mestiere di fabbro e, d'allora, lo si poteva vedere nella fucina arroventare il ferro e batterlo all'incudine attraverso un rituale di movimenti e passettini degli arti simile ad un balletto, tenendosi sulle stampelle ed appoggiandosi alle mura della Darsena.
La mattina che vide scritto sulla porta del laboratorio: «Officine Krupp», il colosso delle acciaierie tedesche, rivolgendosi verso l'ignoto burlone, urlò con tutta la potenza della voce: «se credono di provocarmi che si facciano avanti». Forse mai ha saputo che l'autore di quel tiro fu il figlio della sorella Tilde, Giorgio, allora bambino.
Abitava in un monolocale di Via Giovanni Capellini, il caruggio, proprio a fianco della sorella e davanti all'osteria, chiamata «U' Krube ( Il Club )». In un'epoca di grandi stravolgimenti storici e politici, Carlo crebbe nella fede all'ideologia marxista e materialista più intransigente ed il capo della rivoluzione russa di ottobre del 1917 divenne la sua «icona». Alla morte di Nicola Lenin, nel 1924, cominciò a percepire qualche ansia e, alcuni anni dopo, ebbe a dire che, in quel momento, gli era venuta meno la certezza che le cose sarebbero continuate per il futuro con lo stesso rigore ed identica fede.
Alle rare proiezioni dei film di produzione sovietica lo si notava a cavallo delle spalle di Otello o di Antonio, Toné, che lo trasportavano, affrontando le faticose gradinate portanti alla parte superiore del borgo, al cinema del paese per permettergli di assistere alle rappresentazioni.
Il suo pane quotidiano divenne l'Unità e la lettura di quel giornale, oltre che asseverare la sua ideologia politica, sostituì i primi rudimentali insegnamenti scolastici, che non gli erano stati impartiti. Quella giornaliera esercitazione fu proficua se una sera all'osteria, (ove usava star seduto con la gamba di legno stesa su una panca) impregnata di fumi di vino, alla fine di un'accesa e rissosa discussione politica, Carlo apostrofò così l'avversario: «tei en pusillanime»!, lasciando gli altri avventori interdetti e col dubbio, mai forse chiarito, che cosa intendesse dire con quella invettiva. Ad un «compagno», per aver preso parte al funerale di un «camerata», si rivolgeva con rabbia: «tei diventao en fascista!! ( sei diventato un fascista )», non per malanimo, ma per essersi sentito ferito, nell'intimo, da ciò che lui riteneva fosse stata un'abiuria.
Quando abbandonò, intorno al 1960, il «bugigattolo» del fabbro, Renzo Mantero gli donava una carrozzella elettrica, di color rigorosamente rosso, con cui passeggiava sino alla salita del Cavo, proprio dove da bambino veniva trasportato «in camaleta» dai suoi amici.
Moriva nel 1974 e il percorso al Camposanto di Porto Venere nella bara fasciata dalla bandiera rossa con la falce e il martello, gli risparmiò d' assistere agli stravolgimenti politici del «comunismo all'italiana» che mai avrebbe potuto accettare, perché l'ideologia marxista è «la massima ed una sola», sosteneva con violenta passione. Lui, capitano di ventura, comunista lo era davvero.