Una strada obbligata: aumentare del 20 per cento i salari dei settentrionali

L’ uguaglianza del salario reale per due lavoratori che svolgono il medesimo lavoro è un principio base di efficienza ed equità, sia per l'impresa che per l'economia: ma non sempre viene applicato. L'uguaglianza del salario reale non è altro che l'uguaglianza del potere di acquisto, cioè il rapporto fra il salario nominale e il livello dei prezzi: se al Sud il livello dei prezzi è più basso rispetto al Nord, a parità di salario nominale il potere di acquisto è maggiore al Sud rispetto al Nord. Ciò è quanto avviene per quanto riguarda gli stipendi e i salari del settore pubblico, che al Sud consentono una vita dignitosa, mentre al Nord, con un livello dei prezzi più elevato, sono invece inadeguati e per una vita dignitosa si richiede che in famiglia entrambi lavorino, per necessità e non per scelta. Ciò è quanto avviene anche per le grandi imprese del Nord che hanno filiali al Sud. Nel caso invece del settore privato, come ad esempio quello delle costruzioni, i salari di fatto al Nord sono maggiori rispetto al Sud: in altre parole il mercato nazionale tiene conto, ma solo parzialmente, del differenziale di potere di acquisto a parità di salario nominale. A ciò si accompagna, negli ultimi anni, un aumento della disuguaglianza nella distribuzione del reddito fra le regioni italiane, così come si registrano al Sud i livelli più elevati di disuguaglianza interna alle regioni, in particolare per la Sicilia e la Campania. La crescita economica e della produttività è la risposta duratura ai problemi di disuguaglianza regionale e in questo senso un maggior equilibrio della distribuzione del potere di acquisto può oggi rappresentare un fattore di sviluppo, oltre che di equità.
L'analisi storica e il confronto internazionale fra i diversi paesi dimostrano come esista un legame diretto fra il livello del prodotto pro-capite reale e il livello dei prezzi: ma si trascura spesso di ricordare come tale divario abbia rappresentato anche la spinta più poderosa del «miracolo economico» italiano, perché i lavoratori agricoli del Mezzogiorno che si trasferivano nelle industrie al Nord per lavorare, o vivere definitivamente, avevano anche la prospettiva di raddoppiare il loro potere di acquisto, oltre che la speranza di una vita migliore per sé e per i propri figli. La molla era quella di salari nominali più elevati al Nord, ricco di opportunità, capitali e imprese. Nell'esperienza storica del nostro paese, perciò, un iniziale divario del potere di acquisto e dei salari reali ha messo in moto la migliore stagione di crescita, a cui si è accompagnata una successiva riduzione dei divari territoriali, poi purtroppo interrottasi.
La situazione si è oggi capovolta: il vantaggio dei salari nominali al Nord, come a Milano, non è abbastanza forte da compensare il maggior costo della vita, in particolare quello per la casa e gli alimentari, e di conseguenza le cronache registrano l'anomalia di un silenzioso pendolarismo settimanale, di lavoratori del Sud che tornano a casa per il sabato e la domenica. Siamo intrappolati in una situazione nella quale il Nord registra una crescita troppo rapida di immigrazione estera, con i problemi economici e sociali che ciò comporta, mentre al Sud i problemi occupazionali rimangono invece bloccati, con una scarsa mobilità volontaria verso il Nord.
Per realizzare invece l'uguaglianza del potere di acquisto è necessario che il livello dei salari nominali al Nord possa aumentare in misura significativa, almeno per recuperare il divario del maggiore livello dei prezzi e il più elevato costo della vita, che si stima almeno nell'ordine del 20 per cento. In questo modo si ristabilirebbe una situazione di uguaglianza del potere di acquisto dei salari, fra Nord e Sud, e al tempo stesso, se l'aumento fosse adeguato, si fornirebbe un apprezzabile incentivo alla mobilità volontaria dal Sud verso il Nord, così come una crescita economica del Sud potrebbe aprire spazi per una mobilità dal Nord al Sud. Una parallela mobilità dei capitali e degli investimenti può produrre un'analoga convergenza del livello e della dinamica della produttività.
Le modalità con cui ciò può avvenire debbono essere oggetto di attenta discussione e contrattazione, ma è cruciale avere la consapevolezza che se non ci si muove in direzione di una maggiore equità dei salari, la disuguaglianza dei redditi al Sud continuerà ad essere un problema serio, così come il basso livello di efficienza un vincolo alla crescita dell'intero paese.
* Pro-rettore dell’Università Cattolica di Milano