LA STRADA OBBLIGATA

L’evasione di Rutelli dall’area sottomessa ai postcomunisti permette di vedere come in uno specchio in che cosa consiste il problema del partito unico, aperto a destra da Berlusconi subito dopo essere stato costretto a rassegnare le dimissioni per la perversione del sistema. L’obiettivo vero e drammatico per cui si vuole il partito unico tende però ad essere occultato sotto il peso di faccende tutte importanti ma secondarie. L’obiettivo è quello di rendere d’ora in poi impossibile quel che è accaduto dopo le regionali, creando una situazione codificata per cui se si fa un patto, si sta al patto: si vince insieme e insieme si fa quadrato di fronte alle difficoltà senza provare a buttare giù il cavaliere (in tutti i sensi) dal cavallo. La risposta alla domanda di stabilità è stata individuata da Berlusconi nel partito unico, tema sul quale si è dibattuto per due giorni allo Spazio Etoile di Roma sulla base di una eccellente relazione di Ferdinando Adornato.
E lì è venuto al pettine il vero nodo: la necessità di creare un partito unico superando la formula dell’alleanza in cui re, principi e duchi portano sì le loro truppe, ma sono sempre pronti a ritirarle come gli Achei all’assedio di Troia, è una necessità che si esprime attraverso una formula pensata per impedire sia i veti incrociati che la fronda sulle questioni decise collegialmente. Ma formulare la necessità è una cosa e fondare un partito è un’altra.
I partiti nuovi e vincenti si sono già visti: si chiamano Lega Nord e Forza Italia quelli radicalmente nuovi, e si chiamano Alleanza nazionale e Udc quelli rinati da partiti già esistenti.
I partiti nuovi vincono, e anche bene, se nascono mostrando un’idea nuova e forte di società. Senza l’idea nuova e forte di società non si fa un partito ma soltanto un secchio contenitore di vecchi avanzi. E per una regola costante della politica, la somma degli addendi in un secchio è sempre inferiore alla somma degli addendi fuori del secchio, senza contare che quando si fa un partito nuovo inevitabilmente si crea una costellazione di partitini che puntano ad intercettare gli scontenti. Quindi se il centrodestra si limitasse a mettere i tre partiti di base (la Lega per ora sta a guardare) dentro uno stesso secchio senza dargli un nuovo sex appeal che attiri gli elettori perduti e quelli da conquistare, rischierebbe di perdere definitivamente.
Ma se riesce a fare lo sforzo ideologico (chi l’ha detto che le ideologie sono morte? la nostra non lo è) di offrire ciò che l’elettore pensa di non aver avuto, allora la partita che sembrava persa, diventa vinta in partenza.
Ci sono dunque due ostacoli. Il primo è che i segretari dei partiti dell’attuale coalizione, pur restando in gara per i ruoli successivi al 2006, concedano con intelligenza e lungimiranza l’attuale disponibilità al veto interno quando sono in minoranza. Ed è, lo riconosciamo, una richiesta durissima da mandare giù, largamente compensata da una vittoria che può diventare storica, di lunghissimo periodo.
Il secondo ostacolo è la brevità dei tempi per creare il partito e farlo amare dagli elettori. È possibile? Con una battuta Berlusconi ha ricordato che il tempo necessario per fare qualsiasi cosa è esattamente il tempo che c’è, e non quello che non c’è.
Tuttavia, il segretario di An Gianfranco Fini ha espresso una quantità di dubbi tutti ragionevoli e ragionati. Uno di questi suona così: se la sinistra si smembra e ognuno se ne va da solo come sta facendo Rutelli, allora la sinistra offrirà agli elettori più sex appeal politico, perché tutti potranno cercare e trovare la propria nicchia. Di qui il dubbio: non dovremmo fare anche noi a destra la stessa cosa? Ci sembra di no per due motivi. Il primo è che l’accozzaglia impedisce la governabilità che è lo scopo primo del centrodestra. Un centrosinistra a pezzi che vincesse le elezioni farebbe a pezzi anche l’Italia.
Il secondo motivo è che la sinistra non ha un leader che faccia massa critica e possa tenere insieme la coalizione. Prodi è il nome di un compromesso, ma se il compromesso salta, salta anche lui, prova ne sia che ha salutato l’uscita di Rutelli parlando di suicidio.
A destra c’è Berlusconi che è l’unico leader sul cui nome si può raccogliere il consenso degli italiani che votano tutti i partiti di centrodestra. Giorno verrà che emergerà il nome di un leader in grado di mettere insieme il consenso dei leghisti e persino del riluttante ma intelligente Tabacci, ma fino ad oggi quel nome non c’è e dunque la strada da battere resta obbligata. In compenso è anche esaltante perché chi avrà da tessere più tela la tesserà e chi saprà far valere la forza delle idee potrà farlo. E questo sarà un vantaggio non per il centrodestra, ma per la democrazia.
p.guzzanti@mclink.it

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