Dopo la strage suite matrimoniale e tivù Il carcere extra lusso riservato al mostro di Oslo

Dopo il danno la beffa: la prigione a cui è destinato Anders Breivik è una sorta di hotel a cinque stelle, con tv al plasma e corsi di cucina. Ora l'obiettivo degli inquirenti è accusarlo di crimini contro l'umanità per far salire la pena a 30 anni

Un carcere paradiso per un avanzo d’inferno. È il paradosso norvegese. Anders Behring Breivik, lo spietato assassino di quei ragazzini di cui sono state distribuite ieri le prime foto, potrebbe scontare la pena in un carcere a 5 stelle progettato per restituire alla società i criminali più incalliti.

Sono le stravaganze del «grande nord». Lassù alla periferia di Oslo, a pochi chilometri dall’isolotto dove Anders ha decimato vite innocenti, lo stato ha speso 175 milioni di euro per tirar su una prigione senza sbarre e senza costrizioni. Chiamare galera un posto come Halden Fengsel è sicuramente un’esagerazione. E forse una follia. Chiunque s’aggiri ignaro tra i suoi padiglioni in larice, mattoni e acciaio galvanizzato sprofondati in 300mila metri di parco foresta fa fatica a non confonderli con un’università o un centro benessere. Questo, del resto, voleva il governo. E questo chiese alla squadra di architetti e psicologi pagati per progettare un centro destinato ai 250 peggiori galeotti della nazione. Non ladri di polli, ma delinquenti di buon conio selezionati fra i peggiori assassini, violentatori e rapinatori. Gente fra cui potrebbe finire anche il mostro di Oslo.
«La cosa più importante è che questa prigione sia assolutamente simile al mondo esterno» - spiegava nell’aprile del 2010 l’architetto Hans Henrik Hoilund mentre le autorità tagliavano il nastro del suo capolavoro.

Se quello volevano Hoilund s’è decisamente guadagnato la pagnotta. La sua galera è un villaggio incantato dove nulla da l’idea della reclusione. A incominciare dal muro di recinzione elegantemente arrotondato e nascosto dietro un discreto schermo di abeti e larici. Un posto dove Anders potrebbe scontare senza eccessive sofferenze anche i 30 anni previsti in caso d’improbabile incriminazione per crimini contro l’umanità. Ma il meglio del carcere è appena oltre quel recinto, al di là dei «percorsi vita» su cui i detenuti si tengono in forma. Là oltre i cancelli e dentro i padiglioni manco l’ombra di una sbarra. Nulla, Dio ce ne scampi, che possa suscitare nelle pecorelle sperdute l’idea della prigionia. O della costrizione. Lì dentro le guardie - tutte rigorosamente disarmate - sembran bidelli dell’università. E son per la metà donne.

A dar retta agli psicologi padri del «carcere paradiso», la presenza femminile è indispensabile per scaricare l’aggressività. E in questa logica da comunità d’inseparabili amiconi le povere guardie sono pure tenute a fare sport e dividere i pasti con i detenuti. Se non peggio.

Quando re Harald V si recò a far visita al carcere orgoglio del suo regno, i secondini allineati si ritrovarono costretti a intonare «We are the world». Il tutto mentre i detenuti festeggiavano ingozzandosi di salmone. «Nelle nostre prigioni i diritti umani e il rispetto dei carcerati sono la regola, quando arrivano molti sono disperati, ma noi - spiegava il direttore Are Hoidal - li aiutiamo a riacquistare fiducia, attraverso il lavoro e l’educazione per trasformarli in persone migliori».

Lasciare una galera dove la dolce vita non è un sogno, ma la regola può però risultare l’ultima delle preoccupazioni. Le celle, se vogliamo definirle così, sono comodi monolocali con tanto di schermo al plasma e mobili in stile Ikea. Ma il vero spasso è oltre la porta. Sempre rigorosamente spalancata. Lì si apre un salone arredato con divani e tavoli dove i galeotti possono conversare, prendere il té o godersi la tv in buona compagnia. E chi s’annoia o non è soddisfatto del rancio può trasformarsi in cuoco seguendo i corsi di cucina offerti dalla direzione. Naturalmente per chi tiene mogli e mariti, fidanzate e fidanzati, c’è la possibilità di trascorrere qualche giorno insieme in quell’oasi del relax. Non, ovviamente nella quotidiana angusta cella individuale, ma in un’accogliente e appartato bungalow con letto matrimoniale allestito nel parco. Il tutto, naturalmente, a spese di amministrazione e contribuenti alla voce visite e familiari. «Lavorare qui dentro è una scelta nessuno ci costringe, siamo tutti volontari» - spiega entusiasta la maestra di musica del carcere Charlott Renee Sanvik Clasen. Che - se Dio vorrà - potrà ben presto provare il brivido di solfeggiare con il mostro.