Strage di Verona, il detective era un serial killer

La donna era stata trovata decapitata e senza braccia. La scientifica è risalita all’investigatore grazie all’analisi di un frammento di proiettile

Stefano Filippi

nostro inviato a Verona

Un bravissimo ragazzo, per i genitori disperati. Uno zio giocherellone, per il nipotino. L’amore di una vita, per la fidanzata Clara. Un collega brillante e scrupoloso, per gli investigatori privati di mezza Italia. Un militante affidabile, per le guardie padane di Umberto Bossi. Un irreprensibile dottor Jekyll, per tutti quelli che lo conoscevano. E invece la polizia ha scoperto che era uno spietato mister Hyde, un massacratore di prostitute, un maniaco dalle due facce oltre che un assassino di poliziotti. Andrea Arrigoni è il trentaseienne detective bergamasco che nella notte tra il 20 e il 21 febbraio scorso a Verona ha freddato una lucciola ucraina e gli agenti Davide Turazza e Giuseppe Cimarrusti in una sparatoria che è costata la vita anche a lui. Gli inquirenti avevano privilegiato da subito la pista di una feroce doppia vita: ieri la conferma.
È stato un frammento di proiettile a completare il mosaico di sospetti sul titolare della «Mercury Investigazioni». Un pezzetto di piombo rimasto conficcato nella testa di una prostituta albanese ammazzata a metà novembre poco lontano da Bergamo e abbandonata in un canale asciutto. Orrore nell’orrore: la testa era staccata dal cadavere e avvolta nel nastro isolante. La giovane era stata uccisa, decapitata e privata delle braccia; gli organi erano stati ritrovati pochi giorni dopo. Lo scempio era avvenuto nella zona di Osio Sotto, a pochi chilometri dalla casa di Arrigoni.
Ma non è stata la vicinanza a orientare le indagini sul detective bifronte. Dopo la carneficina di Verona, nella casa di Arrigoni la polizia ha trovato una quantità di armi e munizioni. Il capo della squadra mobile scaligera, Marco Odorisio, lo definì un arsenale, mentre per l’avvocato Gianfranco Ceci era un equipaggiamento del tutto normale per un frequentatore dei poligoni di tiro. Cinquecento proiettili, materiale per confezionare cartucce e anche una Beretta 6x35. Quella da cui in novembre era partito il proiettile che aveva ucciso la ventiquattrenne Fatmira Giegji. I rilievi compiuti dal reparto scientifico della Direzione centrale anticrimine (Dac) della polizia diretta dal prefetto Nicola Cavaliere non lasciano dubbi.
Arrigoni sarebbe dunque un omicida seriale. E il sacrificio dei due agenti veronesi, ha sottolineato ieri Odorisio, «ha probabilmente interrotto una catena che avrebbe potuto comportare altre vittime innocenti. Non dobbiamo dimenticare il martirio dei nostri colleghi caduti, ai quali il ministro Pisanu ha assegnato la medaglia d’oro al valore civile».
Altri tasselli completano il quadro. Per esempio il «modus operandi» dell’assassino, particolarmente attento a cancellare ogni traccia. La sera della strage, il detective era uscito di casa precipitosamente, senza telefonino. «Non è stata una dimenticanza ma una scelta precisa», ha spiegato Odorisio. Arrigoni non voleva lasciare alcun segno dei suoi spostamenti. E anche la mutilazione del cadavere della albanese aveva lo scopo di rendere non identificabile il corpo. Ma la giovane era stata riconosciuta grazie a un tatuaggio e a un piercing. Le indagini tuttavia non erano approdate a nulla finché il massacro di Verona non ha indotto le procure del Nord Italia e la Dac a riaprire i fascicoli degli omicidi che presentavano analogie con l’uccisione della prostituta ucraina. Le indagini non sono concluse.
La squadra mobile scaligera stava anche scavando nel passato di Galyna Shafranek, la trentenne uccisa da Arrigoni prima di essere sorpreso dalla volante di Turazza e Cimarrusti. Si è scoperto che il detective, il quale veniva nel Veronese quasi tutte le settimane a trovare la fidanzata che vive in Lessinia, passava spesso lungo la statale 11 tra Verona e Peschiera, una strada frequentatissima dalle lucciole. Racconti di aggressioni e violenze, anche sessuali, compiute dal detective. Elementi che rafforzavano l’ipotesi della doppia vita, ma nessuna prova.
I due agenti morti nella sparatoria perlustravano spesso quel tratto di strada. Turazza, il capopattuglia veronese, era entrato in polizia dopo la morte del fratello Massimiliano, ucciso nel 1994 da un rapinatore; Cimarrusti era giunto tre anni prima da Bari. Quella notte, erano le 2.20, avevano udito dei colpi. In una piazzola poco lontano trovarono in un’auto, una donna esanime e un uomo che fece fuoco appena li vide scendere dalla volante. Spararono tutti. Morirono tutti.

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