Lo strappo del Professore inguaia i Ds

Rotti i ponti tra il leader e la Margherita, la Quercia è al bivio: sostenere Romano o proporre un altro candidato

Mario Sechi

da Roma

Dopo lo strappo di Rutelli è arrivato lo sbrego di Prodi e nell’Unione ormai volano gli stracci.
Il Professore è un leader di minoranza e come tale non vuole contare ma pesare i voti. Non controlla nessuno dei partiti del centrosinistra e ieri ha consumato un divorzio dalla casa madre (la Margherita) e aperto una porta sul vuoto. Prodi ha un manipolo di fedelissimi che lo seguiranno, ma probabilmente gli basterà una mano per contarli. La situazione è tanto singolare che egli stesso si sarebbe chiesto: «Cosa faccio? In Parlamento mi iscrivo al gruppo misto?». Il no della Margherita alla lista unica, lo scardinamento dei meccanismi della Fed e la leadership traballante lo hanno convinto a prendere - in solitudine - la decisione di varare una sua lista. È questa solitudine del Professore, il cerchio vuoto intorno a sé, a raccontare tutta la sua fragilità. Si tratta, in fondo, di un déjà vu: la debolezza prodiana fa comodo ai disegni di Massimo D’Alema che già una volta l’ha sostenuto e poi - approfittando del fatto che Prodi non ha truppe cammellate - l’ha sfrattato da Palazzo Chigi. Il Professore però i calci stavolta non voleva prenderli e prima ha stretto un patto con Fausto Bertinotti e dopo cercato di ridurre il peso dei partiti con l’invenzione della Fed, la federazione dell’Ulivo. Un contenitore che nelle intenzioni di Prodi serviva a depotenziare i partiti (la «cessione di sovranità») mentre nella strategia dei Ds era una specie di mercato dove la Quercia preparava la scalata sugli altri partiti (la «cooperazione rafforzata»). Ne parliamo al passato perché questi piani sono saltati quando gli azionisti di riferimento della Margherita si sono resi conto che la scalata era già in corso e il cda sarebbe stato commissariato da Prodi grazie ai poteri che gli dà lo statuto della Fed. Il trio Rutelli-Marini-De Mita ha bagnato le polveri del Professore che ora gioca la carta disperata della lista dell’Ulivo-con-chi-ci-sta. Con questa mossa Prodi ha certificato il coma profondo della Federazione perché promuovere una lista aperta a tutti significa allargare la compagnia di giro al di fuori dei confini dell’area riformista e moderata del centrosinistra. Prodi fraziona l’offerta politica dell’opposizione, si mette in concorrenza non solo con la Margherita, ma anche con i Ds che si trovano nella scomodissima posizione di doverlo sostenere oppure proporre un altro candidato. Un rebus che Fassino non potrà sciogliere in un battibaleno - ieri ha preso tempo - senza aver calcolato la reazione degli alleati. Franco Marini in serata chiosava: «Faccio fatica a pensare che i Ds stiano nella Lista Prodi», lasciando intendere di aver già affrontato il pasticciaccio brutto di via Santi Apostoli con il segretario della Quercia che, in caso di defenestrazione di Prodi, vede con terrore profilarsi il fantasma di Veltroni candidato a Palazzo Chigi. La frittata del Professore è un via libera all’operazione neocentrista del partito di Rutelli che da tempo cerca consensi tra gli elettori del centrodestra e ha aperto una campagna acquisti nella Cdl. La Margherita sente di aver davanti a sé tutta la prateria del voto moderato e può puntare decisamente al centro. Un’alleanza con l’Udeur moltiplicherebbe il potenziale di fuoco di Rutelli e compagni, al Botteghino ne sono consapevoli e avrebbero già fatto i calcoli del sacrificio (in seggi) per tenere Mastella nei confini dell’orto botanico della Quercia. Sacrificio che si somma a quello da tributare a Prodi (si parla di una trentina di seggi) affinché abbia una truppa parlamentare ai suoi ordini. Alla fine della fiera, per sostenere Prodi, il partito di Fassino rischia di donare il sangue a tutti. Forse troppo.

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