LA STRATEGIA DELLA SCONFITTA

È difficile capire se Marco Follini punti alla sconfitta o alla vittoria nel 2006. A occhio e croce punta sulla sconfitta cercando di far cadere sia Berlusconi che Forza Italia in una ecatombe elettorale per ridare vita a un centro democristiano capace, come le amebe, di emettere pseudopodi a destra e a sinistra. Ieri al congresso dell’Udc ha detto esattamente ciò che si era sussurrato che dicesse. Il suo chiodo fisso è quello di liberarsi del leader della Casa delle libertà grazie al quale lui e il suo partito sono al governo. Il che ricorda quel tratto di cortesia che gli uomini di Al Capone avevano nei confronti di chi stavano per uccidere con il mitra Thompson, quando dicevano: «Nothing personal, just business», nulla di personale, sono solo affari. Anche qui si dice e si ripete che «non c’è nulla di personale, è solo politica». Ma quale politica? Quella che mira a distruggere il principio della leadership, tipico delle democrazie moderne.
La politica di Follini, che pure comprende una dose di rancore e gelosia personale nei confronti del presidente del Consiglio, punta invece alle correnti sparpagliate, ai leader di medio raggio pronti a giocare la partita del rovesciamento delle alleanze, e al rifiuto della leadership. Ma la politica è fatta da persone che si presentano con la propria faccia e con la propria storia davanti all’elettorato e la questione della leadership è cruciale. Ieri Fabrizio Cicchitto ha avuto facile gioco nel replicare: «Scusa, Follini, ma in questi quattro anni non facevi parte integrante di questa coalizione?». La risposta implicita è stata quella del mitra: abbattere il leader è più augurabile di una nuova vittoria con lo stesso leader.
E dunque no a tutto: al partito unico, alla leadership di Berlusconi, all’impegno di vincere nel 2006, incassando subito gli applausi dei nemici di Berlusconi e del governo. Di passaggio va anche detto che Follini ha fatto imbestialire i siciliani perché ha nominato appena una volta il Sud. Di fatto ha regalato punti all’Unione disunita di Prodi.
A questo punto, visto che il segretario dell’Udc parla di primarie e di un altro leader non identificato, bisogna porgli in modo sereno la brutale domanda: ma lei, da solo, dove pensa di andare? Onestamente: ritiene di poter radunare una raccolta di voti che possa competere con quella della sinistra e vincere? Noi stimiamo Follini per la sua intelligenza, la sua rapidità nelle battute efficaci e lo conosciamo come una persona colta e ragionevole: il contrario dell’impulsività e del temperamento sanguigno. Dunque siamo sicuri che anche lui si è già fatto gli stessi conti sul pallottoliere che anche noi, nella nostra modestia, sappiamo fare. E quei conti dicono che oggi la leadership di Follini, una sua candidatura a leader, non va da nessuna parte perché non raccoglie voti. E, francamente, lo stesso dicasi per i leader degli altri partiti della coalizione, per un fatto storico che va affrontato e preso per quel che è: Berlusconi, grazie alla sua particolare identità, alle sue caratteristiche (le stesse che uniscono o dividono gli italiani) ha potuto mettere insieme i voti del Nord e del Sud, della Lega e della Destra sociale che idealmente sono fra loro come il diavolo e l’acqua santa.
E questo lo sanno tutti, lo vedono tutti e sta già nei libri di storia. Ma se questa è la verità, quando un giocatore scaltro e freddo come Follini gioca a sparigliare vuol dire che la sua vera strategia è quella della sconfitta cercando di tornare alla politica dei due, anzi tre forni, in cui i governi cadono e si rialzano come i pugili degli incontri truccati. Ma ci resta il dovere del dubbio e sperare che Follini alla fine non tradisca, se vogliamo usare il verbo appropriato, e che non voglia ridurre in cenere il radicale cambiamento della politica di questi quattro anni per farci tornare in un passato remoto, senza presente e senza futuro.