Le streghe son tornate (ma fan ridere)

Come le ragazze degli anni ’70, anzi, a guardare le facce di chi sfila e le firme di chi scrive, le stesse ragazze di allora splendidamente ma anche debitamente invecchiate, irriducibili, spinte dalla fatica dei tempi e dall’ansia di un risultato in parte mancato, orgogliose ma anche incapaci di trascinarsi dietro le giovanissime, le streghe son convinte di esser tornate. Il guaio è che non trema nessuno, anzi rischiano il ridicolo.

Non che la manifestazione di ieri a Roma non abbia le sue buone ragioni di principio; le violenze, i maltrattamenti, gli stupri, la segregazione, l’omicidio della donna e lo sterminio della famiglia come soluzione dei mali e delle angosce del maschio, sono aumentati in Italia in modo preoccupante negli ultimi anni. Le cifre sono eloquenti anche se a volte non tutte verificabili. Limitiamoci a dire che 14 milioni di donne italiane hanno subito una violenza o un abuso nel corso della vita; che l’85 per cento delle donne musulmane immigrate in Italia vive in segregazione; che c’è il più alto numero d’Europa di donne infibulate, mutilate del piacere; che una donna ogni tre giorni muore perché la uccide un parente o un amico. La critica che muovo è al tipo di risposta: ancora una volta è la piazza, la protesta di massa che rovina il pomeriggio di una città, distrattamente segnalata persino dai telegiornali amici, il giorno seguente dimenticata. Questo tipo di manifestazione, tanto rumorosa quanto inutile, è tornata prepotentemente alla ribalta negli ultimi mesi, e si incarna con la crisi di identità e di proposte dell’opposizione, della vecchia sinistra un tempo sicura del proprio operato, oggi incapace di adattarsi a quel che i tempi nuovi richiedono.

Si torna perciò alla piazza come a qualcosa di antico, che a suo tempo ha funzionato come doveva, che in mancanza di idee nuove si rispolvera oggi. Se non serve a studenti, insegnanti, piloti, se ormai rappresenta la retroguardia, figuratevi quanto possa essere utile ai problemi delle donne italiane. È stupido cadere nella trappola delle vecchie frasi, è superficiale mettere in croce il corpo della donna per due volte. Sugli stessi giornali come l’Unità e Liberazione, che hanno annunciato la manifestazione con enfasi sproporzionata, compaiono le ragioni del fallimento.

Non servono, sostengono, pene più severe perché la repressione è inutile, strumento com’è di un esecutivo di centrodestra; non servono neanche misure più rigorose sull’ingresso e la permanenza degli immigrati clandestini, perché sarebbero misure antidemocratiche volute come sono da un esecutivo di centrodestra. Non serviva secondo loro nel recente passato battersi per ottenere per legge una presenza maggiore, nel contempo qualificata, di donne nella gestione della politica e dell’università, che pure sarebbe davvero strumento utile a introdurre leggi meno misogine, a cambiare dall’interno la mentalità ferocemente maschilista di parte della nostra società. Di fronte alle proposte delle quote rosa, si chiamavano così e io non mi vergogno di esserne stata promotore, si sono scatenati i conservatori, li hanno appoggiati i cosiddetti progressisti, le donne della sinistra hanno obbedito e si sono tirate indietro. Mai negli ultimi anni le donne sono riuscite a fare branco, a mettersi insieme per un progetto comune che le aiutasse a contare, niente di eccezionale, solo quel che si è fatto nel resto d’Europa, dove governa la sinistra, e dove governa la destra.

Oggi il panorama italiano non è del tutto negativo, qualche ministro donna c’è, troppo poche, il segretario della Confindustria si chiama Emma di nome, qualche quotidiano, e non solo i vecchi femminili, hanno una firma che finisce con la A. Non basta. Ma se la risposta al disagio legittimo è una manifestazione delle solite note, con i vecchi slogan e i gesti di quando eravamo ragazze, allora è la risposta peggiore.