Stretti per mano nel giorno della Vittoria

Non c'è verso. Proprio non mi ricordo più il nome e il cognome di quei due fratelli che pure avevo fatto in tempo a conoscere tanti anni fa. La Storia, proprio quella con la «S» maiuscola, me lo perdonerà. Ma ricordo assai bene, quello sì, i loro visi e la loro storia personale. Di loro potrei disegnare il volto, le espressioni, se ne fossi capace. Mi sembra di rivivere quel 4 novembre di tanti anni fa, quando, seduto sulle spalle di mio padre, passai con loro una giornata indimenticabile.
Quel giorno lo aspettavano tutto l'anno, come il Natale. Si preparavano per tempo, sveglia all'alba, per indossare con importanza la camicia bianca sul vestito buono. Le scarpe grosse, ma lucidissime e il viso sbarbato con cura sotto il cappello nuovo. Le mani nodose non sapevano dove metterle, mentre aspettavano la prima corriera del mattino. Faceva ancora buio, ma loro erano già in partenza dal paese della val Bisagno dove, fratelli, vivevano con le famiglie facendo i contadini. Sul petto, tra il bavero e il taschino, tintinnavano le loro belle medaglie, orgoglio di tutta una vita. «Andiamo, oggi è la nostra festa!», dicevano a tutti quelli che incontravano lungo la strada. I loro occhi brillavano mentre si avvicinavano a piazza della Vittoria. Erano gli anni '70 ed erano ancora vivi tanti di quelli che, come loro, a quella guerra, a quella vittoria, avevano contribuito. Di fronte al monumento di Piacentini, l'entusiasmo li aveva ormai travolti tutti, tra canti, bandiere e discorsi che rievocavano Gorizia, il monte Grappa, l'Isonzo, il Piave, il monte Nero...
Tornavano giovani, i due fratelli della val Bisagno, e con loro tutti gli altri alpini, fanti, bersaglieri che con il groppo in gola affollavano la piazza e i bar dei portici.
Tornavano anche i nomi degli ufficiali, dei campi di battaglia, dei fratelli caduti. Loro, che la guerra l'avevano vista, non portavano odio. Nessuno disse mai una parola che non fosse di rispetto per quei nemici, austriaci, boemi, croati, ungheresi, bosniaci, contadini e montanari per bene come loro. La Santa Messa li ricordava tutti. Nel silenzio della cerimonia non era difficile ascoltare i singhiozzi di quegli uomini maturi, che si scoprivano il capo ornato dai capelli bianchi. Non amavano la guerra, certo. Ma se qualcuno li avesse chiamati ancora una volta, essi si sarebbero alzati tutti, e tutti insieme si sarebbero sentiti tanto forti da tornare in linea per offrire il loro contributo a quella Patria che non potevano scrivere - e immaginare - se non con la maiuscola.
Si disse che la guerra la vollero i borghesi, ma che la fecero fare ai contadini. Sarà. Ma ai due fratelli certi discorsi puzzavano di politica e di sovversione.
Il loro metro di valutazione prevedeva solo fatica, sacrificio personale, coraggio, e con quello erano usi valutare gli uomini e le cose del mondo. E poi, cosa contano le parole di fronte alla muta scalinata di Redipuglia, alla solennità del Milite Ignoto, alle file di nomi incisi sulle lapidi di ogni borgo d'Italia? Fiori, fiori per tutti, quel giorno. Alla lapide della chiesa di paese, al cimitero di Staglieno, e tantissimi fiori anche sotto l'arco che troneggia al centro della più monumentale piazza genovese.
Fiori anche per i reduci, e applausi sinceri di donne forse un po' esaltate. Pesanti, mondati da ogni retorica, risuonarono i versi di Ungaretti: San Martino del Carso.
E giù, ancora singhiozzi, ancora sguardi disfatti di commozione e di orgoglio, anche per i due fratelli genovesi, piccoli nella massa dei presenti. Solo gli squilli di tromba, quella tromba che scandì - al pari delle campane - le pagine più importanti della loro vita, seppe riscuoterli e fargli assumere con naturalezza la posizione di «attenti». Perché tutti loro si consideravano sempre i soldati d' Italia.
Quel giorno, il giorno della «loro» festa, era il 4 novembre, la festa della Vittoria che nessuno doveva minimamente discutere. Avevano lasciato mogli e mucche a casa da sole, per godersi quel giorno di esaltazione e di gloria, che prevedeva anche - che male c' è - un gran finale in trattoria, dove il vino superava in quantità ogni vivanda servita. Tavolate di alpini rubicondi, di tanti soldati uniti dai canti, dai ricordi, dal senso di appartenenza. Tra loro c'erano i piccoli fanti della classe 1899, quelli che furono chiamati a fermare i nemici sulla linea del Piave, da quei giorni diventato paradigma eroico di ogni resistenza. Forse mai, nella sua storia recente, gli italiani furono così uniti e seppero così bene rappresentare il meglio della nazione come in quei giorni lontani del 1918. Ed essi, quando tornarono a casa, fatti uomini dalle visioni tragiche di un conflitto spaventosamente sanguinoso, non furono capaci di dimenticare, non «tornarono» mai più completamente a casa, poiché il loro pensiero fu sempre fisso là, su quel monte, su quel fiume, in quelle trincee venete, friulane o trentine e li accompagnò fino all'ultimo giorno di vita.
In quel giorno speciale, tra vino, canti e ricordi, essi rivivevano per un poco le atmosfere della loro giovinezza, fatta di notti insonni, freddo, fame e paura, in un inferno chiamato trincee. Ma tutto pareva ormai pacificato, alle spalle, un sacrificio reso più giusto dalla parola magica: Vittoria! Parola tanto magica da venire tradotta al maschile e imposta quasi sempre al figlio primogenito.
Ritrovarono la strada anche quel giorno, i due fratelli della val Bisagno, esaltati e stanchi come quando tornarono a casa nel 1918, con lo sguardo lucido di vino e di pianto, con l'espressione di chi è stato complice, artefice di una grande opera collettiva. Ritrovarono la strada anche quel 4 novembre degli anni '70, attardandosi a salutare tutti, agitando le loro mani nodose, vestiti del loro abito buono, dal quale avevano sfilato la cravatta, ma non le medaglie. Domani sarebbero tornati alle occupazioni della terra, alle vacche, aspettando la commemorazione successiva, quella dell'anno seguente, come una conferma ulteriore della loro giovanile, e tanto umile, bravura. Sotto il quadro con la Sacra Famiglia, vicino al comodino, stava appesa una piccola immagine, la foto ingiallita di un gruppo di ragazzi, infagottati in una divisa di panno ruvido, con lo sguardo di bambini su uno sfondo di cartone. Quei ragazzi lì, i due fratelli della val Bisagno, nella foto si tengono per mano. Probabilmente si tennero per mano anche quel giorno, il giorno dell'assalto finale, per farsi coraggio, mentre correvano vittoriosi sui campi del Veneto. Ricordiamoli quei ragazzi, e ringraziamoli anche se non ci sono più. Facciamolo immaginando i loro visi di persone pulite, il loro vissuto fatto in prevalenza di lavoro, i tempi duri di una guerra che inevitabilmente li travolse, morti e vivi, per sempre.