LO STUDIO DELLA UIL: OGNI CITTADINO PAGHERÀ IN MEDIA ALTRI 43 EURO

da Roma

Alberto Bombassei, vicepresidente di Confindustria: il governo ha rinnovato il contratto degli Statali, 101 euro a testa in busta paga e 3,7 miliardi di spesa. Una cifra importante. Quanto pesa per voi imprenditori?
«La cifra è molto importante e, d’altra parte, parliamo dell’azienda più grande del Paese. Sono interessati tre milioni e mezzo di lavoratori e giacché la Finanziaria precedente non prevedeva una simile copertura, si dovrà ricorrere alla prossima per integrare questa cifra. Secondo punto: si era criticato il governo precedente dicendo che proprio su questo aveva concesso troppo, be’ credo che anche stavolta si sia fatto qualcosa di simile. Con una differenza».
Quale?
«La nostra preoccupazione è che questo rinnovo possa essere preso come esempio e influenzi le richieste per i futuri rinnovi contrattuali delle aziende private che, a differenza del settore pubblico, devono fronteggiare la concorrenza. Detto questo, mi pare ci sia un effetto di novità, che potrebbe attenuare l’impatto dell’aumento: si comincia a parlare di efficienza, mobilità, meritocrazia».
Non ricordo rinnovo contrattuale dove questi elementi non siano stati affrontati e, dopo la firma, accantonati.
«È vero. Se veramente si applicheranno questi concetti, l’impatto sarà meno devastante; in caso contrario, francamente, faremmo l’ennesimo buco nel tentativo di ammodernare il Paese. La nostra burocrazia, vorrei ricordarlo, ha il costo più alto in assoluto in Europa».
Non teme un effetto domino sul settore privato?
«C’è sempre stato e questa è la preoccupazione degli industriali. Ho visto il commento di Federmeccanica che, chiaramente, essendo prossima al rinnovo contrattuale, è fortemente preoccupata».
Qual è il primo banco di prova per Confindustria?
«Vedere se questi parametri saranno trasformati in obblighi contrattuali da rispettare in cambio degli aumenti. In un’azienda privata funziona così: prima si raggiungono gli obiettivi e poi si paga. Nel settore pubblico succede esattamente il contrario. Si fa un atto di fiducia e, come ha detto lei prima, in passato è già successo che gli obiettivi di efficienza siano stati poi disattesi».
Gli aumenti comunque sono al di sotto dell’inflazione reale e gli accordi sono ancora quelli del 1993, quando l’inflazione era alta. Oggi lo scenario è cambiato. Non è il caso di aggiornare i parametri?
«Per noi rimangono validi i parametri del 1993, finché non ci sono nuovi accordi. Per quanto riguarda il settore statale, i rinnovi hanno avuto un incremento negli ultimi cinque anni del 4,2 per cento, mentre nel privato del 2,8%, quasi il doppio. È una forbice che con questo rinnovo è destinata ad allargarsi. E questo ci preoccupa. D’altro canto il meccanismo di dare aumenti legati all’inflazione programmata e al recupero del differenziale di inflazione registratosi nel biennio precedente, consegue proprio l’obbiettivo di salvaguardare il potere di acquisto delle retribuzioni. Applicando questi concetti non ci dovrebbero essere i 101 euro per il pubblico impiego né i 100/130 che stanno chiedendo nel privato. L’inflazione reale passata e futura non produce cifre del genere, bisogna che ci mettiamo d’accordo su regole vere, applicabili e applicate».
Confindustria, alla luce dell’accordo con gli Statali, cosa chiederà al governo?
«Alcune priorità ci sono: incentivare sul piano fiscale e contributivo la contrattazione decentrata evitando però sovrapposizione nei costi con quella nazionale. Infatti per rendere i salari più pesanti occorre collegare la contrattazione aziendale a parametri di produttività e redditività; in questo modo si riesce a premiare tutti coloro che contribuiscono al rilancio del Paese impegnandosi nella propria attività e pagando le tasse».
Qua si arriva alla destinazione del «tesoretto» Tutti lo vogliono, gli Statali in qualche modo se ne portano via un pezzo, cosa vuole Confindustria?
«Stiamo assistendo a una sceneggiata in cui ciascun rappresentante di interessi particolari chiede per specifiche aree di elettori una specie di prebenda. Confindustria con il presidente Montezemolo è stata molto chiara: non chiediamo soldi per le imprese. La nostra proposta è che se le maggiori entrate non previste - e francamente faccio fatica a capire come sia stato possibile non prevederle - siano utilizzate per abbassare l’enorme debito pubblico; in secondo luogo al Paese mancano infrastrutture e bisogna investire per rendere l’Italia più moderna. A me pare che questo sia un esempio di responsabilità e senso civico.Il governo deve dare priorità a ciò che rende il Paese competitivo».
Sul costo del lavoro incide il fattore flessibilità. Prima o poi i nodi nella maggioranza verranno al pettine e in molti chiederanno la riforma radicale della legge Biagi.
«Noi siamo molto netti: la Biagi non si deve toccare. Sarebbe grave cambiare la legge che ha portato il record di occupazione in Italia Sulla flessibilità, si possono riconoscere nuovi ammortizzatori sociali, abbiamo il dovere di coprire le spalle a chi perde il posto di lavoro e assicurare una vita decorosa, un salario garantito e un corso di reinserimento nel sistema produttivo. Regole molto simili a quelle adottate da molti Paesi del Centro e Nord Europa. Su questo tema, credo ci dovrebbe essere anche l’interesse da parte dei sindacati».