STUDIO USA

Controcanto alla campagna di allarmismi (di raro disinteressati) sull’economia italiana. Viene da una fonte estremamente autorevole, rigorosamente tecnica ed estranea alle manovre politiche. È uno studio, corredato di dati statistici, compilato dagli economisti della Merrill Lynch come barometro dell’economia mondiale. Dice diverse cose interessanti per tutti. Nel caso nostro porta le prove per smentire l’ipotesi che nel nostro Paese, negli anni di governo del centrodestra, si siano aggravati i sintomi di un calo della «tenuta» economica in genere, e in particolare del tenore di vita, nel presente e nel prossimo futuro. Al contrario, dalle tabelle della Merrill Lynch risulta che l’Italia è la prima della classe, o quasi, in diverse materie e nel giudizio complessivo. E che ha compiuto i massimi progressi proprio nel periodo di tempo fra il gennaio 1994 e il dicembre 2005. Abbiamo fatto meglio della Germania, della Francia e perfino dell’America.
I parametri presi in esame sono quelli che compongono il «misery index», che misura la «sofferenza» delle economie e in particolare dei ceti economicamente più vulnerabili. Lo inventò un economista americano, Arthur Okun, negli anni Settanta, cioè al tempo della crisi energetica, nel tentativo di quantificare e localizzare i danni da essa apportati. Per prima egli studiò l’America e riuscì a «fotografarla» sommando due dati: l’inflazione e la disoccupazione. La formula ebbe subito successo e fu usata copiosamente nelle elezioni del 1976 dal candidato democratico Jimmy Carter contro il presidente uscente Gerry Ford e successivamente dallo sfidante repubblicano Ronald Reagan contro Carter. In questi anni l’indice si è perfezionato, completandosi con altri dati ritenuti essenziali. Esso oggi comprende, oltre all’inflazione e alla disoccupazione, il ritmo della crescita economica, il deficit pubblico, la bilancia dei conti correnti e i tassi d’interesse. I rilevamenti riguardano i Paesi più industrializzati, vale a dire i membri del G7: Stati Uniti, Giappone, Germania, Gran Bretagna, Italia, Francia e Canada. Quella che «soffriva» di più nel 1994 era proprio l’Italia, quantificata nell’indice 28, seguita dalla Gran Bretagna, dal Canada e dalla Francia. La misura odierna della «sofferenza» è quasi dimezzata, calando a 16, e l’Italia ha guadagnato due posti in classifica, scavalcando Francia e Stati Uniti. Hanno recuperato molto anche la Gran Bretagna e il Canada, mentre il Giappone è rimasto stabile, vale a dire in condizioni migliori di tutti. L’Europa ha in varia misura migliorato le proprie posizioni. Percentualmente la «sofferenza» è diminuita in Italia del 42 per cento, in Francia del 22, in Germania del 36, in Gran Bretagna del 59. La nostra «pagella» è buona perché sono diminuite inflazione e disoccupazione, facendo da contrappeso alla crescita, ovunque limitata in Europa, e al bilancio dello Stato. Il che ci ha consentito di recuperare terreno nei confronti di quasi tutti i concorrenti: 7 rispetto alla Francia, 6 rispetto alla Germania, 12 rispetto al Giappone e addirittura 17 rispetto agli Stati Uniti. Solo la Gran Bretagna ha fatto un po’ meglio di noi. La nuova graduatoria continua a registrare, sempre nell’ambito dei Paesi del G7, il «misery index» più basso in Giappone, il più alto in America, mentre in Europa chi sta meglio è la Gran Bretagna, chi sta peggio è la Francia. Oltre al dato italiano fa spicco, come si vede, quello degli Usa, il Paese che ha la più rapida crescita economica, ma le cui finanze sono schiacciate dal debito pubblico, cresciuto a dismisura in conseguenza della guerra, e dal deficit enorme negli scambi con l’estero.
Un insieme di dati che in parte sorprendono e soprattutto debbono fare riflettere, indurre a rivedere certe «saggezze convenzionali» che si erano consolidate in questi anni. L’Europa ne esce nel suo complesso meglio di quanto si credesse, indubbiamente a causa delle sue reti di protezione sociale, più efficienti di quelle americane. Ma soprattutto spiccano, anche in Europa, i progressi dell’Italia, che sono stati costanti ma sembrano essersi accelerati proprio nel quinquennio del secondo governo Berlusconi, il più contestato. E, a chi rilegga le conclusioni della Merrill Lynch in calce alla sua indagine sul «misery index», calunniato.