Lo stupore degli anglosassoni per la nostra giustizia impazzita

Non c’è molto da meravigliarsi che la stampa americana da mesi dica male, anzi malissimo dell’amministrazione della giustizia italiana. L’occasione è stata offerta, come è noto, dalla vicenda della barbara uccisione di Meredith e dal processo che si sta svolgendo a Perugia da alcuni mesi a carico di Raffaele Sollecito e della cittadina statunitense Amanda Knox.
Soprattutto adesso che entrambi sono stati condannati con una sentenza ambigua, perché né punisce con l’ergastolo, come avrebbe dovuto in caso di chiara colpevolezza, né assolve, come avrebbe dovuto in caso di dubbio. Certo, può esserci, nelle ripetute e pungenti critiche ai tribunali italiani e al loro modo di amministrare la giustizia, quel tanto di sciovinismo e di frustrazione che può nascere dal dover ammettere che una propria concittadina si sia resa sospettabile di un efferato delitto.
Tuttavia, non tutto può ridursi a questo pur comprensibile sentimento: sarebbe una semplificazione indebita e sbagliata, se perfino la Clinton ha accusato la giustizia italiana di antiamericanismo. Si tratta allora piuttosto di ammettere come purtroppo sotto diversi aspetti le critiche mosse dai grandi giornali americani colgano nel segno: ciò comporta due riflessioni complementari su cui ci si deve in breve soffermare. Per un verso, bisogna prendere sul serio quanto la stampa d’oltreoceano afferma, in quanto punta il dito sulle procedure che normalmente vengono adottate dai tribunali italiani, parlando in modo molto duro e perfino impietoso di nuova inquisizione. Si deve comprendere, in questa prospettiva, in qual senso vengano fatte queste affermazioni.
Per un americano, è infatti del tutto inimmaginabile che si possa imbastire un processo che già dura da oltre due anni e promette di durarne almeno altri tre o quattro, sulla base di semplici indizi e, per di più, contraddittori. Nessun esponente della pubblica accusa in America oserebbe portare davanti a un giudice un processo come questo, temendo di fare brutta figura. Non così in Italia, ove ciascun pubblico ministero può permettersi ciò che più gli piace, non avendo nulla da temere, né dai giudici, né dai suoi superiori gerarchici.
La seconda riflessione produce però una sorpresa, in quanto la sinistra e i giornali a essa affiliati non hanno fatto altro, negli ultimi anni, che magnificare come e quanto la stampa estera, compresa quella americana, manifestasse fiducia e ammirazione per l’amministrazione della giustizia italiana. Peccato però che tale immensa fiducia sia insistentemente ribadita, guarda caso, quando si tratta di evidenziare che, dopo tutto, i processi condotti a carico di Berlusconi appaiono del tutto corretti e metodologicamente ineccepibili. Sicché, siamo davanti a un vero paradosso che appare irresolubile.
Se i processi si celebrano a carico di Berlusconi, allora ci viene detto che la stampa estera è sicura della loro perfezione giuridica; se invece i processi si celebrano a carico di persone qualunque, allora la stampa estera manifesta tutte le sue perplessità fino alla contumelia. Come stanno allora in realtà le cose? Il fatto è probabilmente che, come bene hanno visto gli americani, ciò che, fra l’altro, non funziona nel modo italiano di amministrare la giustizia è che si portano in dibattimento troppe vicende che invece andrebbero chiuse ben prima. Istruttorie improbabili, processi puramente indiziari, indagini riprese dopo vent’anni dalla archiviazione, montagne di verbali per gli sproloqui di alcuni pentiti, tutto questo non è degno in linea di principio di divenire oggetto di un giudizio serio e giuridicamente fondato. Molti italiani, purtroppo, sono ormai avvezzi a questo nefando costume: gli americani invece no e ce lo fanno sapere.