Sud America, il voto in Uruguay e Honduras condiziona gli equilibri

Le due tornate elettorali determineranno anche i rapporti di forza tra gli Usa e il Brasile all'interno dell'economia continentale

Ballottaggio in Uruguay per eleggere il nuovo presidente che governerà il Paese per il prossimo quinquennio. Oltre due milioni e mezzo di persone torneranno alle urne per il secondo turno delle elezioni in cui si affronteranno l'ex guerrigliero marxista del movimento dei Tupamaros, Josè Mujica - grande favorito - e l'ex presidente conservatore, Luis Alberto Lacalle.
Al primo turno, lo scorso 25 ottobre, Mujica - che si autodefinisce un «grande amico» del presidente brasiliano, Luis Inacio Lula da Silva - ha ottenuto il 48% dei voti, contro il risicato 29% di Lacalle. Il terzo candidato, Pedro Bordabbery, ha invece conquistato il 17% dei voti e al ballottaggio ha scelto di sostenere l'ex presidente conservatore. Proprio grazie a questa decisione, nonostante Mujica sia dato da molti per favorito, gli analisti hanno invitato alla prudenza. Nessun dubbio invece sull'affluenza alle urne che resterà identica al primo turno: in Uruguay il voto è obbligatorio.
Il ballottaggio di domani metterà fine a una lunga campagna elettorale, durata quasi un anno e funestata da gravi inondazioni che hanno colpito il Paese sudamericano e costretto all'evacuazione di oltre 6mila persone.
L'ex guerrigliero dei Tupamaros, 74 anni, trascorse 14 anni in carcere e fu rilasciato nel 1985, quando fu restaurata la democrazia, dopo 17 anni di dittatura. Mujica è stato ministro dell'agricoltura dal 2005 al 2008 e oggi è senatore.
Appuntamento elettorale delicato domani anche in Honduras, sulla scia della crisi politica aperta dopo il golpe dello scorso 28 giugno: il Fronte nazionale della resistenza, che sostiene il presidente deposto Manuel Zelaya, ha oggi ribadito al Tribunale supremo elettorale (Tse) la richiesta di sospendere il voto. Lo stesso Tse non ha dato ascolto all'appello del fronte pro-Zelaya, e sta in queste ore portando avanti tutti i passi necessari per lo svolgimento del voto, parallelamente al dispiegamento delle forze di sicurezza nei principali centri elettorali del piccolo stato centroamericano. Con il sottosviluppo quale devastante scenario di fondo - la povertà colpisce quasi il 70% dei 7,5 milioni di abitanti - il piccolo stato centroamericano affronta le elezioni in un clima di forti tensioni, logorato dal muro contro muro di questi ultimi mesi tra il fronte pro-Zelaya e quello a favore del presidente de facto Roberto Micheletti.
Radio Globo, emittente vicina al Fronte della Resistenza, haper esempio riferito sulla morte di persone a causadell'esplosione di un ordigno su un autobus nel dipartimento di Santa Barbara.
Zelaya ha invitato i suoi sostenitori a boicottare il voto. Anche per questa ragione, uno dei dati chiave delle elezioni sarà quello dell'astensionismo, molto alto (45%) nelle presidenziali del 2005, quando Zelaya riuscì a battere di stretta misura il conservatore Porfirio Lobo, candidato favorito al voto di domani, davanti a Elvin Santos, del Partito Liberale (lo stesso di Zelaya e Micheletti). Le elezioni honduregne hanno d'altra parte diviso in due il continente americano: Stati Uniti, Perù, Colombia e Costa Rica sostengono lo svolgimento del voto, la cui legittimità viene invece contestata, tra gli altri, da Brasile, Argentina e Venezuela. E negli ultimi giorni non sono d'altra parte mancati, proprio sul «dossier-Honduras», contrasti tra Washington e Brasilia, i due paesi con maggior influenza e che più da vicino hanno seguito le vicende post-golpe a Tegucigalpa. Zelaya, dopo il suo rientro in Honduras, si è rifugiato nell'ambasciata brasiliana a Tegucigalpa. Pur sottolineando che l'appuntamento elettorale rappresenta «un passo necessario, non sufficiente», il Dipartimento di Stato ha ribadito di essere a favore delle elezioni. Brasilia teme invece che il caso Honduras possa aprire le porte ad una sorta di dottrina del «colpo di Stato preventivo» anche in altri paesi latinoamericani.
Msac