Al Sud si moltiplicano gli ospedali ma per curarsi vanno tutti al Nord

Nel Meridione c’è un eccesso di posti letto e di personale sanitario. E la degenza media dei pazienti è molto alta

Enza Cusmai

A Milano l’Istituto nazionale per la cura del tumori ha già «sfrattato» la clinica veterinaria dell’università. Sull’area dove ora pascolano cavalli, si curano cani e ogni genere di animali sorgerà un edificio di accoglienza per parenti dei ricoverati. Via Venezian, infatti, è notoriamente uno tra i più gettonati istituti a livello nazionale. La mobilità esterna dei pazienti è altissima. Uno su quattro ricoverati arriva da fuori regione. Moltissimi dei quali provenienti dal Sud.
Comprensibili casi di viaggi della speranza si potrebbe pensare. In realtà non è così. A parte la fisiologia degli spostamenti, esiste una vera e propria mania diffusa tra la gente che vive nel meridione nel prendere l’aereo soltanto per farsi visitare in un prestigioso istituto a carattere scientifico del Nord. E di aereo in aereo, si conta quasi un milione di persone, 976.110 per la precisione, che per tutto l’anno viaggia lungo lo stivale per guadagnare in salute. Un fenomeno che sorprende e incuriosisce. Vien da chiedersi perchè mai in Lombardia accorrono oltre 119mila malati all’anno in cerca di cure, in Emilia circa 60mila, in Toscana più di 35mila, in Veneto 31mila? E come mai gli emigranti della salute arrivano quasi sempre dal Sud? Dalla Campania fanno la valigia in 61 mila, in 52mila dalla Calabria, in 46mila dalla Sicilia, in 29 mila dalla Puglia, in 16 mila dalla Basilicata.
Cosa c’è che non va nel meridione? Poco personale? Pochi medici e infermieri? Pochi posti letto o pochi ospedali? Niente di tutto questo. I dati spiegano che non si tratta di numeri o di risorse. I soldi ci sono (molte regioni sono però indebitate) il personale abbonda. Il problema riguarda soprattutto la scarsità delle strutture specialistiche e la disorganizzazione degli ospedali. Che dilaga quando si mette piede oltre Roma. E guai a chi tocca i piccoli, inutili e spesso dannosi centri ospedalieri. O chi chiude un reparto obsoleto. Si mette contro la popolazione, che preferisce avere un istituto fatiscente sotto casa piuttosto che un grande ospedale a qualche decina di chilometri da casa.
Chi ha avuto il coraggio di fare un repulisti è caduto in disgrazia. Ne sa qualcosa l’ex presidente della Regione Puglia, Raffaele Fitto: fatta la riforma persa la partita elettorale, sia pure per un soffio. Così va spesso il mondo della sanità. Che tenteremo di descrivere in modo oggettivo, con dati alla mano forniti dal ministero della Salute, dall’Agenzia per i servizi sanitari regionali, dall’Osservatorio nazionale sulla salute nelle regioni italiane dell’Università cattolica di Roma.
I PENDOLARI DELLA SALUTE La gente si sposta per farsi curare. E fin qui va bene. Piombia a Milano e si dirige all’istituto oncologico europeo dove la metà dei pazienti proviene da ogni parte d’Italia, oppure all’Istituto dei tumori di via Venezian in cui un malato su quattro non è lombardo. Al Rizzoli di Bologna sono addirittura sei su dieci gli esterni, mentre al Gaslini di Genova lo è uno di quattro. Per trapianti cardiaci, è la Lombardia la regione più gettonata: ben 60 malati su cento proviene da altre realtà locali. C’è ci sceglia anche il Veneto (il 20%) o il Friuli Venezia Giulia (il 12%). Nessun malato di cuore si sogna spostarsi al Sud (neppure uno segnalato nelle statistiche) per farsi operare, ma neanche in Umbria e tanto meno nelle Marche. In Lazio soltanto 7 sono stati i casi di pazienti «esterni». Per il trapianto renale, invece, l’Emilia Romagna batte anche le cugine più nordiste: 115 casi di mobilità esterna su 530 (il 21%), seguita dalla Lombardia e dalla Toscana.
AL NORD PER UN GIORNO Fin che si tratta di cose grosse, passi. Ma c’è chi si mette a far valigie anche per un day hospital. I numeri su chi fa veri e propri blitz sono impressionanti. Dalla Puglia sono un esercito di 14 mila, dalla Calabria e dalla Sicilia superano i 15 mila, dalla Basilicata siamo a quota 5700, mentre in Campagnia la cifra oltrepassa i 18.650 pazienti. In Lombardia, tanto per citare una regione in controtendenza la percentuale del day ospital esterno è solo del 3%. Ma dove si dirigono i pendolari? Ben 7000 campani, per esempio, vanno in Lazio a farsi curare mentre 5000 abitanti del Lazio ricambiano il favore trasferendosi però in Umbria. I siciliani e i pugliesi preferiscono la Lombardia per il «mordi e fuggi» e piazzano solo al secondo posto il ben più vicino Lazio.
LE DEGENZE INUTILI Se al Nord si sbarca per curarsi, al Sud alcuni ospedali si affezionano al paziente anche quando non è necessario. Prendiamo la Calabria, regione che sostiene la necessità di far curare la cataratta in day hospital nel 99% dei casi. Un record. Cartaceo. Nei fatti, il 60% degli interventi viene effettuato in ospedale, in degenza ordinaria. Ma la mania a ospedalizzare contagia anche l’Abruzzo dove ogni mille abitanti ne vengono ricoverati 276, in Sicilia 270, in Calabria 240. Le cifre si abbassano a 218 in Lombardia, 189 in Piemonte, 176 in Friuli, 190 in Toscana. Entro il 2007 l’ipotesi è quella di ridurre la media delle degenze a 180 ogni mille abitanti. Una bella scommessa.
GLI OSPEDALI INUTILI Chi sostiene che il Sud sia carente di strutture dice un’inesattezza. Soltanto la Calabria conta un numero di posti letto inferiore di mezzo punto rispetto alla media nazionale assieme alla Sicilia che è «sotto» di poche unità. Nel resto del Sud gli ospedali ci sono ma disastrati o inattendibili se viste dall’ottica del paziente. In Calabria esistono 79 ospedali e 38 case di cura, in Abruzzo rispettivamente 35 e 12, in Sicilia 141 e 62. La Toscana, con i suoi 88 nosocomi pubblici non vive alcun fenomeno migratorio e tantomeno il Veneto che conta 92 ospedali e 18 case di cura. Tradotti in posti letto i conti non tornano comunque. In Puglia, unica regione del Sud a poter vantare una media nazionale, si contano oltre 15 posti letto, mille più che in Toscana. In Sardegna ci sono più strutture della media così come in Basilicata. Il Molise che esporta i suoi pazienti come le altre regioni del Sud, vanta il primato dell’eccesso dei posti letto, seguita dall’Abruzzo, dal Lazio, dalle Marche.
I MEDICI AL SUD NON MANCANO - Allora manca il personale, si può obiettare. Macchè. Le nostre fonti assicurano la garanzia della proporzione fissata per legge tra i medici e il numero degli assistiti (uno per 1500 abitanti). Anche il personale ospedaliero stabilito è numericamente garantito. Anzi. Gli ospedali calabresi nonostante siano numericamente inferiori alla media, sono dotati dello stesso numero di addetti sanitari della regione Toscana o della Liguria (che però conta molti più ospedali). Il personale sanitario si spreca anche in Sicilia per non parlare della Campania dove i posti letto scarseggiano ma abbonda l’assistenza: i sanitari sono pari a quelli presenti in Veneto che vanta un numero di posti letto altissimo. E il costo finale pro capite dell’assistenza ospedaliera conferma che in meridione non si bada a spese. Un malato costa in media oltre 600 euro con punte di 712 euro in Abruzzo e 731 in Sardegna. Una cifra analoga a quella pagata in Lombardia, dove la cura della persona non è (quasi mai) un rischio.