Ma sull’Irak Bush ha già vinto

Tutti danno George Bush per perdente nel voto di questi giorni per il rinnovo di una parte del Congresso. Elezioni che comunque non influiranno direttamente sui suoi poteri. È questa, dunque, un'occasione per esprimere un giudizio favorevole alla politica estera della Casa Bianca senza che appaia un «soccorso» al vincitore. Se si ragiona sullo scenario rivelato dall'attentato dell'11 settembre 2001, si coglie come dietro all'attacco diretto agli Stati Uniti, l'insidia più pericolosa era quella dello sbandamento dell'Arabia Saudita. Erano sauditi due terzi almeno degli attentatori, erano sauditi i fondi che finanziavano la preparazione dell'attacco alle Torri, erano sauditi i soldi a madrasse e moschee pakistane dove si formavano i talebani padroni dell'Afghanistan, base dei terroristi. Così come sono sauditi i fondi che arrivano ai fratelli musulmani e alle loro derivazioni, da Hamas alle filiali occidentali. Nel vuoto di potere creato dalla fine della Guerra fredda, nello scontro dinastico in corso a Riad non era difficile leggere la possibilità di un ruolo dei sauditi come leader di un fondamentalismo dotato dei più ricchi giacimenti petroliferi del mondo. Se nel Secondo dopoguerra per l'Ovest i sauditi erano stati un baluardo contro il nazionalismo arabo filosovietico, se dopo il 1978 i sunniti, compreso Saddam Hussein, bilanciavano la rivoluzione sciita proclamata da Ruollah Khomeini, improvvisamente negli anni Novanta gli alleati naturali diventavano la minaccia più insidiosa. C'era un'altra strada, oltre a quella di rimuovere il regime aggressivo, condannato dall'Onu, di Saddam per determinare un nuovo equilibrio in quell’area? Non vedo nessuna alternativa. Sono evidenti oggi gli errori commessi dagli americani: non avere subito promosso un corpo di volontari irakeni che assumesse il potere, non avere considerato che la guerra irakena era regionale (comprendeva anche Iran e Siria da destabilizzare immediatamente, sia pure con mezzi pacifici) e non solo locale, e così via. Anche se dall'esame della guerra almeno un merito a Donald Rumsfeld va riconosciuto: non avere provocato una recessione come quella che grazie alla guerra in Vietnam si abbatté su tutto l'Occidente. Ed essere riuscito a farlo sfidando l'establishment militar-diplomatico pieno di burocrati e affaristi che della richiesta di più mezzi e soldi fanno innanzi tutto una questione di potere. Grave è stata anche la disattenzione americana verso la necessità di costruire un fronte unitario dell'Occidente: anche se in questo caso le colpe di Jacques Chirac e Gerhard Schröder sono di gran lunga superiori.
Insomma se il bilancio che ci troviamo di fronte con un Irak scosso da pulsioni alla guerra civile, un Iran sul punto di dotarsi di armamenti nucleari, una Palestina ancora in fiamme, una recentissima guerra in Libano dove ora si trovano nostri soldati, se questo bilancio è ben poco rassicurante, non bisogna rimuovere lo scenario alternativo che si sarebbe configurato senza una reazione decisa degli americani nell'area decisiva per i fondamentalisti: centrali terroristiche ancora riccamente finanziate pronte a nuovi attentati sul suolo americano. Un Pakistan nucleare in mano ai fondamentalisti. Un Egitto in preda a rivolte riccamente sostenute. All'inizio del 2000 c'erano tutti i fattori per determinare una situazione catastrofica: è colpa di Bush non avere attivato una strategia più articolata capace di diminuire gli effetti disgregatori della guerra in Irak. Ma il merito di avere saputo affrontare la situazione mi appare assolutamente prevalente rispetto alle colpe.