Sulle ali di Ugo Riva lo scultore archeologo

Le opere dell'artista bergamasco nascono antiche Nel loro classicismo c'è lo spirito delle rovine

Ugo Riva lo sa. Ogni scultura, oggi, è nostalgia della scultura. Altro fu il tempo in cui essa si manifestò nella sua integrità. Il nostro non è tempo di scultura. È tempo di rovine. L'archeologia è una disciplina relativamente moderna e investe su ciò che è sepolto, su ciò che ha avuto significato in un altro tempo: le allegorie, il racconto, il simbolo si succedono nella storia dell'arte per secoli, fino alla fine dell'Ottocento. Poi uno schianto.

Vero è che la retorica dei monumenti si riaffaccia dopo la Prima guerra mondiale e durante il Fascismo, ma ormai i corpi nudi degli eroi sono fantasmi, mummie. Il Novecento si apre con le liquefazioni di Medardo Rosso, e prosegue con i corpi carbonizzati di Alberto Giacometti, reduci dai campi di concentramento. Non c'è più niente da fare. Francesco Messina tenta un ultimo slancio neoclassico, ma è ormai troppo tardi. E appare un sopravvissuto, fra desideri e rimpianti. Lo considera ancora un maestro Giuseppe Bergomi che ne tenta una solitaria e distanziata, in una sospensione del tempo, rigenerazione.

Ugo Riva no, non vuole illusioni, l'unica integrità possibile è il frammento. Lo intuisce presto. Il suo classicismo è contaminato dalla coscienza e dallo spirito delle rovine. Riva agisce convintamente nel dopo storia, davanti a sé vede solo distruzione e memorie di altre epoche. E si fa archeologo. La sua ispirazione, e così la sua invenzione mostrano lacerazioni, mutilazioni e amputazioni. Le sue sculture nascono antiche, sono divinità cadute da un timpano o dal fregio di un tempio. I panneggi sono frastagliati e corrosi dal tempo, le teste e le mani sono frammentarie. E, nonostante i crolli, i suoi Dei restano imperturbabili, i suoi angeli volano anche con le ali mutilate, le sue danzatrici danzano con gli abiti stracciati. Ugo Riva predilige questa condizione che non prevede ricostruzioni, rifacimenti, anastilosi. Più che le forme, Riva scolpisce il tempo che le ha corrose. Altro non cerca e altro non vuole.

Le sue figure immaginate e sognanti hanno ansie e non trovano consolazione. Ma cercano spazi. Si rigenerano in luoghi nuovi e imprevisti. È quello che accade, imprevedibilmente, ad Arezzo nella Fortezza Medicea. Qui le tormentate creazioni di Ugo Riva hanno trovato pace, qui rifugio. Dopo i sassi di Matera, pronti ad accogliere sculture moderne in una consolidata tradizione, è toccato ora a questa architettura potente e difensiva. Il destino stabilisce per i luoghi un'identificazione e anche una vocazione specifica. Ecco: questo è accaduto anche per Arezzo e per la sua Fortezza Medicea. E sono certo che il futuro di questo spazio sarà d'essere casa della scultura, e anche del dialogo fra arte moderna e antica. Alle divinità toccherà dominare, alle danzatrici danzare, agli angeli volare.

Per qualche mese la Fortezza Medicea è stata la casa dei sogni di Ugo Riva. Qui le stesse forme uscite dalla sua fantasia sembrano concepite per attenderci e per sorprenderci, a iniziare dalla «Porta dell'angelo». La sua presenza ci rassicura, l'angelo è dentro di noi, ci parla come la nostra coscienza, ci guida. È la parte giudiziosa del nostro istinto. Se saremo salvi, se non ci perderemo, se troveremo la giusta strada, lo dobbiamo a lui. L'angelo ci conduce attraverso la sua porta. Ugo Riva lo rappresenta spiritualmente, lo trasfigura in uno stato d'animo che ci innalza. Un vento della forma. Le ali della nostra anima.