Sulle note di una Sampierdarena che non c’è più

Nel 1945, gli Stati Uniti d’America, oltre che liberarci dall’oppressione tedesca e dal regime fascista e contribuire, appena dopo, a risollevarci dalla miseria con prodigiosi aiuti economici, ci fecero conoscere, pure, la loro cultura.
Così, assieme a numerosi film, che per gli anglosassoni hanno sempre rappresentato la massima espressione comunicativa di massa - arrivarono la loro letteratura e il loro teatro e arrivò, ancora, da quello stato democratico, la loro musica.
E Natalino Otto (1912-1969), di cui giovedì 12 novembre, all’Archivolto di Sampierdarena (il Teatro ridotto del Modena), si sono celebrati, tramite un concerto, i quarant’anni della morte, fu l’unico rappresentante nell’ambiente della canzone italiana che, anticipando i tempi - siamo alla vigilia degli anni ’40 - riuscì con coraggio, dato che i gusti musicali erano altri, ad introdurre nel nostro paese parte dei componimenti di oltreoceano.
I brani musicali con cui ha esordito Natalino Otto rimangono tutt’ora un esempio di caparbietà. Inoltre, come egli abbia saputo assimilare e adottare con originalità da cantanti e da musicisti americani, soprattutto da non pochi jazzisti, quel loro Swing, è dimostrazione di autentico talento musicale.
Attenzione. Va in ogni modo detto che i suoi rifacimenti, su modelli di artisti Usa, non furono mai delle imitazioni o ricalchi insipidi, ma il risultato di uno stile vocalistico del tutto singolare. Quella di Natalino Otto fu una interpretazione non uguagliabile. Lui era dotato di un filo di voce esile, emesso con grazia. Il suo ritmo sincopato, diffuso nella maggioranza delle sue canzoni, fu il risultato di una applicazione seria e rigorosa. Scaturiva da uno studio musicale e strumentale solidissimo. Egli, da ragazzo, imparò musica a Sampierdarena, dove abitava, nell’Istituto di Don Bosco. Poi, prima di diventare noto, fece esperienza per un lungo tirocinio, della durata di molti anni, suonando la batteria e cantando in complessi musicali a bordo di piroscafi che facevano rotta tra Genova e New York. E fu proprio in uno di questi viaggi che incontrò il Maestro d’orchestra Gorni Kramer e tra i due nacque, in seguito, un sodalizio musicale prolifico.
Orbene. Sere fa si è voluto rievocare la figura di questo cittadino sampierdarenese. E, nonostante le preoccupazioni che alla vigilia serpeggiavano tra gli organizzatori - dato che Sampierdarena di quegli anni non c’è più e sarà sempre più difficile farla riemergere dall’oblio - l’iniziativa ha avuto un esito molto soddisfacente. Anzi! È stata una ventata di aria pulita. E, per l’occasione, molti di noi, io tra questi, ci siamo lasciati rapire dal fascino delle note e con nostalgia ci siamo calati in quel tempo lontano.
Oggi, mi chiedo, chi altri potrebbe avere interesse a ricordare come a Sampierdarena si viveva qualche decennio fa? A chi potrebbe venire in mente di conoscere pagine della sua storia? Curiosità su episodi del suo trascorso? Desiderare di scoprire quali siano state le radici economiche e sociali di questa delegazione di Genova? Di come noi eravamo, lo si può ancora respirare. Intuire. Basterebbe chiedere. Informarsi.
Nelle etnie di rumeni, ecuadoriani, albanesi e, anche musulmani, che risiedono da svariati anni nel nostro quartiere, noi possiamo percepire che vi sia in loro la volontà di rendersi contro di dove stanno vivendo? In quali luoghi sono stati accolti? Questa gente ha consapevolezza di palpare siti, calcare luoghi, strade, muoversi in ambienti, confrontarsi con una tradizione che vanta una grande civiltà? Di essere all’interno di una pluralità di comportamenti evoluti?
Ritengo che tutto ciò non avvenga. Se questo accadesse, se alcuni di costoro avessero intuito soltanto dove stanno dimorando, non tarderebbero ad esprimersi in ben altri modi. In loro si noterebbe soggezione. Tanto meno, nella circostanza, dimostrerebbero persino timore di alzare la voce. Se sapessero di essere in casa d’altri, in loro si manifesterebbe scrupolo per paura di offendere, di oltraggiare. Invece...
La struttura urbanistica di Sampierdarena del ’900 può essere sintetizzata nell’emblema del lavoro. Generazioni e generazioni di uomini e donne si sono formate socialmente con il lavoro. La fabbrica e l’Oratorio furono palestre di vita, di aggregazione, di educazione politica e sindacale, di moralità, di innalzamento spirituale e di crescita culturale...
Un esempio su tutti - si è in argomento - il Teatro Modena di Sampierdarena ha una struttura neoclassica tale, da risultare come una delle migliori realizzazioni del genere in Italia, in più va rimarcato per eleganza il sipario del palcoscenico, dipinto dal pittore Nicolò Barabino, altro nato in loco... Forse, chissà non abbia ragione chi sostiene il «principio di identità e non contraddizione»?
Comunque sia, il concerto che abbiamo potuto ascoltare, in onore di Natalino Otto, eseguito dall’Orchestra del Circolo Risorgimentale Musicale di Sampierdarena e diretto da Cesare Marchini, è risultato - si è detto - gradito. Sia l’insieme dell’Orchestra, sia i singoli elementi che si sono esibiti con professionalità, sono stati ricambiati con applausi. Però, nel contesto, va menzionata per bravura la cantante Sabrina Colombo. Riteniamo sia sempre molto difficile riproporre canzoni che furono, e sono ancora adesso, celebri nel mondo. Canzoni che sono diventate ormai classici della musica leggera, tipo: Notte e dì; Parlami d’amore Mariù; Abbassa la tua radio; Polvere di stelle; Luna blu; Begin the Beguine; ed altre. E posso immaginare l’impatto emotivo di una cantante che doveva sottoporsi alla prova con simili brani: in più alla presenza - questa la distinzione che caratterizzava l’avvenimento - di una platea gremita e formata da un pubblico molto attento, un pubblico esigente, sensibile nell’ascolto evocativo di canzoni portate al successo da un concittadino di elevatura. La cantante ha superato l’«esame». E non solo con la voce, ma pure con compostezza dei movimenti. Lasciarsi andare, a volte, indebolisce la prestazione canora. Per questo Sabrina Colombo - per dirla con schiettezza - ci ha letteralmente conquistati. Per alcuni passaggi di canzoni sono stato persino sospinto, socchiudendo gli occhi, ad accostarla ad una voce celebre del passato. Mi riferisco, per melodia, alla cantante americana di colore Billie Holiday, non a caso vissuta nel periodo in cui visse il nostro Natalino Otto.
Quando alle 22.30 è terminato lo spettacolo, avrei preferito che continuasse. Ho anche gridato bis con forza e ho battuto le mani con vigore affinché orchestra e cantante si fermassero e proseguissero a deliziarci.
Ma le richieste sono risultate vane. Non si è riusciti farli replicare. Peccato. Nella eventualità che orchestra e cantante si fossero trattenuti, avrei suggerito altri pezzi del repertorio, sempre di Natalino Otto, come: Laura; Non dimenticar; Settembre; Giorgia; Incantesimo; ecc. Sarebbe stato troppo. Avrei anche sognato. Sarà per la prossima volta.