Sulle tracce di Marco Polo con l’Ape

Sette mesi su tre ruote per un percorso di 25mila chilometri

Da Lisbona a Pechino, dai confini occidentali dell’Europa all’antica Via della seta, a bordo di un Ape: 25mila chilometri, 19 Paesi attraversati, 212 giorni di viaggio (ossia sette mesi) e una media di 35 chilometri orari, perché quello che conta non è la velocità, ma il moto in sé. Dietro questi numeri ci sono due milanesi, viandanti per passione: Paolo Brovelli e Giorgio Martino nel 1998 hanno realizzato l’Eurasia Expedition, un itinerario di esplorazione e ricerca a bordo di due Ape Tmp 703 forniti dalla Piaggio che, in occasione del cinquantesimo anniversario del veicolo, sponsorizzò insieme ad altri questa avventura.
Oggi, a nove anni di distanza, Paolo Brovelli si entusiasma ancora a ripercorrere un’impresa che ha segnato la sua vita: quarant’anni, una laurea in geografia umana in tasca, ha appena dato alle stampe un volume che è una sorta di diario «di un viaggio lento, dove l’aspetto principale non è la meta, che pur resta il magnete del nostro peregrinare, ma l’incontro con la gente e con i popoli». Sulle ali di un Ape (Corbaccio, 497 pagine, 19,60 euro) è una lettura gustosa e utile perché se è vero che molte cose sono cambiate da quel lontano ’98, nell’Eurasia il tempo sembra scorrere più lento, quasi a misura di Ape.
Immaginatevi allora due italiani alla guida di un veicolo «che spesso ci ha aiutato a rompere il ghiaccio grazie al suo aspetto buffo e simpatico» nelle terre dell’Uzbekistan o nel deserto iraniano, in Georgia, in Armenia, a Samarcanda, sui monti del Pakistan e nelle steppe desertiche che precedono la lunga marcia cinese verso Pechino. Con poche, pochissime eccezioni, è immediata la solidarietà della gente del posto: in Iran Brovelli e Martino sono intervistati dalla corrispondente dell’Ansa, in Georgia da giornalisti locali, altrove finiscono in tv. Ma soprattutto ci sono le braccia aperte delle persone comuni: «Abbiamo ricercato la normalità», spiega oggi Brovelli al tavolino di un caffè, il volto abbronzato di chi ha lasciato da pochi giorni il Brasile, un Paese che è diventato la sua seconda casa e su cui vorrebbe scrivere un nuovo libro. Normalità significa incontrare un giovane georgiano come Miša, che non vede l’ora di parlare con due stranieri; significa capire come i ragazzini cerchino l’amore a Teheran senza farsi cogliere in flagrante dai guardiani della rivoluzione; significa condividere un pranzo semplice, magari bevendo dal bicchiere di un anziano che ti confessa di soffrire di tifo. Certo, i paesaggi suggestivi in questo racconto scandito non per date ma per immagini si susseguono, ma ciò che resta più impresso sono gli incontri con le persone. «Ancora oggi sono in contatto con alcune di queste, grazie all’e-mail che non c’era ai tempi del viaggio, ma che dopo è servita a consolidare i rapporti. Purtroppo qualcuno si è interrotto». Il pensiero corre ad Alberto Bonanni, grande amico di Brovelli, scomparso tragicamente - unica vittima occidentale - nel terremoto che devastò il Pakistan nell’ottobre del 2005.
Quando Giorgio e Paolo, alla vigilia della laurea, cercavano con determinazione qualcuno che finanziasse il progetto di un percorso lungo la Via della seta, si erano documentati moltissimo: «Il viaggio comincia nella tua testa prima di partire: le nostre aspettative, specie in Iran e in Asia centrale, erano altissime», spiega Brovelli. Con un inizio europeo che profuma di goliardia, il percorso diventa chilometro dopo chilometro più profondo, quasi fosse un viaggio interiore: ai Paesi appena usciti dal blocco sovietico così come alla Cina più remota bisogna «avvicinarsi in forma non invasiva», con occhi curiosi e complici al tempo stesso. «Abbiamo utilizzato telecamere e macchine fotografiche poco appariscenti e prediletto strade e locali di ristoro comuni», commenta. Capita così che in una taverna sulla catena dei monti di Surami, nel Piccolo Caucaso, i due incontrino «un inglese un po’ pienotto»: qualche chiacchiera, classici convenevoli tra (rarissimi) turisti da quelle parti e un’occhiata al biglietto da visita. Era David Cornwell, alias John Le Carré.
Brovelli, di professione traduttore poliglotta e viaggiatore «il più possibile», è convinto che, indipendentemente dal viaggio, «in valigia non devono mai mancare apertura mentale e voglia di socializzare. Bisognerebbe ricordarselo anche quando si torna, perché si viaggia ovunque, anche sotto casa».
francesca.ame@tin.it