Supplenti in maternità dopo un’ora di lezione

I paradossi della scuola: c’è chi approfitta delle leggi e chi chiede il sabato libero. «Altrimenti non vengo»

Nino Materi

La professoressa titolare della cattedra è incinta. Urge sostituirla. Vorticoso giro di telefonate e telegrammi, ed ecco arrivare la supplente. Che giunge a scuola, firma il contratto, fa la cosiddetta «presa di servizio» e poi dichiara mortificata: «Sono incinta anch’io». Arrivederci e grazie. Lei, la supplente futura mamma, non metterà più piede in classe, ma lo stipendio le verrà corrisposto regolarmente. Un caso limite? Non tanto, a sentire le testimonianze di alcuni presidi. È comunque paradossale lo scenario che emerge comparando le cifre di scuole, sindacati, Inps e ministeri competenti: circa mille tra supplenti, precari e fuori ruolo fanno ricorso ogni anno ad aspettative di maternità e congedi parentali. Opportunità che il contratto riconosce giustamente anche ai docenti non di ruolo, ma che - nei casi in cui vengano usate in maniera «speculativa» - rischiano di innescare un patologico meccanismo a catena.
Si spiega anche così il valzer dei supplenti «irreperibili» (9 su 10) e «indisponibili» ad accettare l’incarico (8 su 10). Cifre sulla «mala scuola» pubblicate la settimana scorsa dal Giornale e che hanno provocato una pioggia di segnalazioni da parte dei capi d’istituto concordi nel ritenere ingiusta l’attuale normativa che consente ai docenti non di ruolo di rifiutare la supplenza, senza neppure motivare il proprio «no». O magari ricevendo risposte stravaganti del tipo: «Sono disponibile, ma solo se mi lasciate il sabato libero...»; «Va bene, ma a condizione che in classe non ci siano studenti “difficili”...», «Ok, ma per arrivare in orario avrei bisogno del rimborso del taxi...»; e non manca neppure quello che preferirebbe lavorare «non più di un paio d’ore al giorno» o quello «che al pomeriggio assolutamente non può»; dulcis in fundo quello che «promette di presentarsi entro 24 ore e poi, senza avvertire, non arriva». Con la conseguenza che, per colpa di pochi «scorretti», viene penalizzata la credibilità di un’intera categoria.
Ma un capitolo a parte meritano quelle supplenti che hanno messo a punto delle tecniche speciali per sfruttare al meglio le debolezze della normativa scolastica. Emblematica la testimonianza di Giulia D’Errico, vicepreside di un liceo fiorentino: «Quest’anno mi sono capitate due supplenti incinte. Entrambe hanno accettato l’incarico ben guardandosi dal dire che si trovavano in stato interessante. Risultato: sono entrate in aula un giorno solo e poi sono rimaste a casa in maternità a rischio. Quindi ho dovuto trovare altri due supplenti che sostituissero le supplenti in gravidanza».
Sta di fatto che il dichiararsi incinta consente a supplenti e precarie di prendere lo stipendio senza fare neanche un’ora di lezione. Giustissimo, a patto che non si faccia il «furbo». Come è accaduto, ad esempio, in una elementare di Genova. La segreteria, dopo tanto cercare, aveva trovato una supplente in terra di Calabria che, nel giro di ventiquattr’ore è salita in Liguria: «Appena arrivata ha firmato il contratto per la presa di servizio, dichiarandosi automaticamente in maternità a rischio. Così non ha mai messo piede in classe, ma in compenso è entrata subito a libro spese della direzione didattica», racconta il dirigente scolastico.
«Non è giusto - protestano i docenti nei numerosi forum dedicati ai problemi della scuola - che ci si approfitti così dello Stato. Non esiste ufficio al mondo che prenda personale in sostituzione che non faccia nemmeno un’ora di lavoro e si metta subito in gravidanza, facendosi pagare stipendio e contributi. Secondo noi c’è qualcosa da rivedere nella legge che riguarda la scuola».
Ma i precari non accettano generalizzazioni: «Vivere perennemente in “lista d’attesa” è già una condizione mortificante - spiega la Annamaria Sarli, professoressa di inglese da 10 anni in attesa di una cattedra -, ma passare anche per opportunisti che cercano di sfruttare la situazione, è davvero troppo». Una delusione comprensibile, considerato che ogni giorno da Nord a Sud sono migliaia i colleghi della professoressa Sarli che affrontano disagi enormi per garantire le lezioni in classi cronicamente prive di insegnanti di ruolo; un impegno che spesso viene assicurato da supplenti e precari con passione e professionalità infinitamente superiori a quel che trovano in busta paga a fine mese. Eppure non si possono chiudere gli occhi sul tour de force telefonico cui sono sottoposte quotidianamente le segreterie scolastiche (il record spetta a una scuola di Latina che per trovare un supplente ha dovuto fare 540 telefonate e spedire una ventina di telegrammi). Tutto nel disperato tentativo di ottenere il «sì» del sostituto «primo in graduatoria»: un primo destinato a diventare secondo, terzo, quarto quinto ecc., visto che solo alla fine di una snervante catena di sant’Antonio (che alla scuola italiana costa 60 milioni di euro l’anno) si riesce a centrare l’obiettivo. Uno stillicidio burocratico esaltato dal meccanismo che obbliga la scuola a rispettare una classifica che ingloba potenziali supplenti residenti a centinaia di chilometri dalle scuole con le cattedre «scoperte». Esempio: per la sostituzione di qualche mese in un istituto di Milano, si è costretti a convocare un professore residente a Canicattì. Che ovviamente risponde picche.
«Sono preside da vent’anni, spesso mi capita di cercare supplenti su un elenco di nomi lungo quattro metri e non trovo nessuno. Abbiamo per le mani liste fantasma con insegnanti teoricamente disposti a fare lezione, ma che poi, all’atto pratico, preferiscono starsene a casa», racconta la vicepreside D’Errico.
Il ministero della Pubblica istruzione ha promesso di mettere mano al «comparto supplenze». Intanto le sbandierate assunzioni dei precari sono state bloccate. Se ne riparlerà il prossimo anno.