La sveglia del mondo cattolico

La semplificazione referendaria comporta ormai da tempo un fenomeno distorsivo: il voto riguarda sempre meno la sostanza dei quesiti e la scelta è determinata sempre più da altri fattori. È accaduto in Francia e in Olanda nel rifiuto della Costituzione europea, sta accadendo in Italia sulla fecondazione assistita. Non c'è da stupirsi. Quel che sorprende invece è l'ondata di furore che si abbatte su coloro che hanno deciso di astenersi. Penso al riflesso condizionato, illiberale ed intollerante, di quei partigiani del «sì», che considerano Francesco Rutelli nel migliore dei casi un furbastro e, nel peggiore, un traditore. Penso poi a chi ha invocato l'intervento della magistratura per impedire al cardinal Ruini o al presidente del Senato Pera di esprimere la loro opinione. Penso soprattutto a chi cerca di ridicolizzare l'universo cattolico che ha scelto di disertare le urne, liquidandolo ora come bigotto, ora come oscurantista, ora come prigioniero di un cedimento morale. Non sono toni da crociata?
Le polemiche di queste settimane hanno sottolineato solo alcuni aspetti, i più spettacolari, del conflitto sulla legge 40, come alcune prese di posizione politiche o come la profonda divisione che attraversa il mondo scientifico. A richiamare l'attenzione mediatica è stata poi la contestazione dell'orientamento della Conferenza episcopale, nel nome dell'assunto della separazione fra Stato e Chiesa (trascurando però il paradosso che, in questo caso, i vescovi difendono norme approvate dal Parlamento, che sono altri a contestare). È rimasto invece in ombra un importante sommovimento avvenuto nel profondo della società: se i sostenitori del referendum appaiono un'élite che ha difficoltà a mobilitarsi - lo stesso Marco Pannella ha più volte contestato l'inerzia dei Ds - sull'altro versante i più attivi sono proprio coloro che rifiutano di rispondere ai quattro quesiti, che si impegnano perché manchi il quorum, che chiedono di difendere la legge che c'è.
È un universo cattolico da decenni silenzioso e marginale nella politica e nei media, il quale riscopre la sua cittadinanza. È lontano, anzi lontanissimo dalla negazione - avvenuta trent'anni fa - del divorzio o dell'intervento per affrontare la piaga dell'aborto. È rispettoso delle decisioni delle rappresentanze politiche. Non cerca di imporre nel funzionamento dello Stato la sua morale o la sua dottrina religiosa. Non rinuncia però a segnalare la propria presenza culturale e civile. Lo fa esercitando un diritto costituzionalmente riconosciuto e dando al non voto il senso non di un'assenza, ma quello di un impegno. Questa è la novità italiana, quando si vede - come sta avvenendo un po' ovunque - che le manifestazioni per l'astensionismo sono affollate e che quelle per il «sì» soffrono di un distacco e non attirano interesse.
Non è un'Italia clericale, come viene troppo spesso liquidata con una brutale e scontata semplificazione. È una zona normale della società, che vive nei nostri tempi, che non rinuncia alla propria coscienza né a misurarsi con i dilemmi della modernità. E che, più semplicemente, non considera relativi alcuni valori, a cominciare da quello della vita.
Troppi continuano a far finta che questo universo non esiste o che, in ogni modo, non è un soggetto culturale e non ha alcun diritto di cittadinanza. Ricordiamoci con quanta sufficienza, nei mesi scorsi, è stata giudicata la rielezione di Bush a cui un universo simile ha tanto contribuito. Ricordiamoci anche i tanti dubbi sul carattere effettivamente «religioso» della straordinaria partecipazione popolare alla morte di Giovanni Paolo II. Ora, ancora una volta si chiudono gli occhi di fronte ad un fenomeno che esiste, che pesa, che sta a pieno titolo nella vita della nostra società e che difende la sua libertà, senza offendere quella degli altri.