Ma la svolta fascista è di Prodi

Fare il ministro degli Interni in Italia è un mestiere faticoso, svolgerlo cercando di conciliare le visioni del mondo di una maggioranza che va dai cattolici ai trozkisti è ancora più complicato, forse una fatica di Sisifo.
Abbiamo dunque comprensione umana per Giuliano Amato e i suoi sforzi per spiegare che la sicurezza è un problema colpevolmente sottovalutato dalla sinistra, ma non condividiamo la giustificazione politica e ideologica data al varo del «pacchetto sicurezza»: quando Amato dice che si prenderanno queste misure per non «creare le condizioni per una svolta reazionaria e fascista nel nostro Paese», ci troviamo nel pieno della propaganda politica e non della serietà al governo. Quando il ministro descrive la «tigre della reazione», è sinceramente preoccupato perché sente a destra l'urlo della società civile e a sinistra il ruggito degli alleati dell'ala radicale. Solo che per non farsi saltare i timpani getta nell'arena politica la parola che in Italia più di tutte fa rumore: «fascismo».
Un gioco pirotecnico che ribalta automaticamente la realtà, così l'insicurezza diventa un problema subordinato a un pericolo più subdolo e penetrante: la svolta reazionaria e fascista nel Paese. Questa analisi è poco credibile e si presta ad essere ribaltata. Se decidiamo di usare, come fa Amato, in senso largo e indefinito la parola «fascismo», allora la svolta fascista in Italia è in corso da tempo, da quando è in carica il governo Prodi. Da più di un anno e mezzo assistiamo all'opera di un esecutivo che fa un uso spregiudicato di hardware (le leggi) e software (le applicazioni) che scavalcano il Parlamento, minacciano la sicurezza, limitano le libertà individuali e violano la privacy dei cittadini. Utilizzando gli strumenti culturali messi in campo da Amato, potremmo dire che tutto ciò costituisce un «fascio-comunismo» che ha in sé l'ossessione del controllo sociale. Vediamo come.
Il governo con le leggi ha allentato la sicurezza collettiva (per effetto dell'indulto e dei tagli in finanziaria 2006 alle forze dell'ordine) e contemporaneamente ha intensificato il controllo sulla vita della singola persona (la sua tracciabilità sistematica attraverso la moneta elettronica e non solo). Così facendo l'esecutivo è mancato ai suoi doveri costituzionali (la difesa dei cittadini) ma ha accresciuto il controllo sulla sfera privata e economica dei singoli con una potenza e precisione mai conosciuta fino ad oggi.
Facciamo tre esempi:
1. La «lenzuolata» Bersani-Visco. Ha istituito un Grande Fratello fiscale capace di seguire e ricostruire non solo i movimenti di denaro della persona, ma anche i suoi gusti, le sue abitudini, la sua vita quotidiana, le sue gioie e i suoi drammi. Siamo alla «profilazione» per via telematica del cittadino da parte dello Stato. Si è arrivati perfino a chiedere la pubblicità della causale per la liquidazione delle assicurazioni che - pensate alle polizze per danni permanenti alla persona o in caso di morte - dovrebbero contenere dati protetti, non visibili da nessuno senza autorizzazione, tantomeno da Visco.
2. La legislazione d'emergenza. I decreti legge sono diventati lo strumento ordinario di governo del centrosinistra. Su questo punto un appello del Presidente della Repubblica è caduto nel vuoto (e lo stesso Napolitano non si è fatto più sentire) e la Costituzione viene bypassata: non è materialmente possibile che per la quasi totalità dei provvedimenti ci si trovi di fronte a «casi straordinari di necessità e urgenza», ma il governo lavora fin dal primo giorno in uno stato di permanente «eccezionalità», tanto da sembrare un modello preso dai libri di Carl Schmitt, il giurista della corona del Terzo Reich.
3. Intercettazioni e banche dati. Le intercettazioni ordinate dalla magistratura sono un numero abnorme - oltre centomila l'anno - non c'è Paese civile che possa vantarne tante. Nessun provvedimento le ha finora limitate. Sulle banche dati sensibili siamo al buio pesto. Per il Garante della Privacy Francesco Pizzetti sarebbe «una selva che va bonificata», ma non si sa neppure quali dati siano in possesso del ministero degli Interni e della Giustizia. Sanno tutto del cittadino, ma il cittadino non sa che uso ne fanno le istituzioni e se quei dati sono al sicuro.
Sono solo tre punti, ma riguardano la vita concreta delle istituzioni e hanno molto a che fare con la sicurezza, perché ci danno la misura di quali fossero le reali priorità della maggioranza. Se avessero messo lo stesso impegno nel contrasto della microcriminalità e dell'immigrazione, forse l'Unione non sarebbe ridotta alla farsa dello sceriffo con la stella di latta. Nella lista della spesa dell'Unione c'erano le tasse, ma non c'erano i soldi per polizia, carabinieri, guardia di finanza, forze armate, non c'era niente per la sorveglianza del bandito con la pistola, c'era molto per la sorveglianza dell'imprenditore.
Ciò che emerge chiaramente dal dibattito a sinistra è l'assenza dei principi di «libertà» e «responsabilità», principi che vengono schiacciati da una parte da un tardivo e sgangherato desiderio di legge e ordine, dall'altra da una indefinita aspirazione libertaria che finisce dritta nell'anarchia. L'esito di un dibattito che dovrebbe essere serio, tocca il bassofondo del ridicolo quando si assiste alla scena del ministro dell'Industria Bersani che cerca di abolire gli ordini professionali mentre in contemporanea il sottosegretario all'Economia Alfonso Gianni propone l'istituzione di un albo per i lavavetri. Il centrosinistra pencola tra il manganello e lo spinello, la ruspa contro i rom e il bulldozer per spianare i Centri di accoglienza temporanea per gli immigrati, l'indulto scarcera-assassini e il modello «zero tolerance» di Rudy Giuliani. L'Unione non ha mai avuto un programma di governo per la sicurezza dei cittadini, non aveva idea degli effetti dell'indulto e del lassismo giudiziario. Aveva invece un chiaro programma - e infatti l'ha applicato - per monitorare, classificare e tassare i cittadini e le imprese. L'Italia è al 60° posto nella classifica della Heritage Foundation sulla libertà economica, è preceduta dall'Uganda, dal Messico e molti altri, ma ciò che colpisce è l'indice della libertà dal governo che è pari appena al 46,3 per cento. Significa che la mano pubblica è ancora ovunque. Per questo quando Bersani dice «noi non siamo quelli del bastone», non possiamo che dargli ragione. Né bastone né carota, solo tasse.
Mario Sechi