Il tagliagole che annegò nel sangue Nassirya

Su Al Zarqawi c’era una taglia di 25 milioni di dollari. E troppe leggende

Marcello Foa

Era un terrorista, tra i più efferati. Fu lui a tagliare con una scimitarra la testa di Nick Berg e poi quella di un altro ostaggio americano, Eugene Armstrong. Lui a ordinare la strage di Nassirya, in cui morirono 19 italiani, e alcuni dei più atroci attentati che hanno insanguinato l’Irak. Ma Abu Musab al Zarqawi era innanzitutto un simbolo. Era l’uomo che per primo nel 2003 dimostrò che, con le bombe e i kamikaze, era possibile opporsi agli americani. Era il fanatico che più di ogni altro ha contribuito ad alimentare l’odio religioso tra sciiti e sunniti facendo sprofondare il Paese verso la guerra civile. Sarebbe sbagliato pensare che, con la sua morte, il terrorismo in Irak sia destinato alla sconfitta. Zarqawi non era il «grande vecchio» descritto dai media: in realtà, come ben sanno gli esperti militari, ha compiuto solo una parte degli attentati che gli sono stati attribuiti. E non era certo amato dagli iracheni, che diffidavano di lui in quanto giordano. Eppure contava. Eccome se contava. Con lui gli jihadisti perdono una delle figure di riferimento della resistenza armata.
Zarqawi, in realtà si chiamava Ahmad Fadhil al-Khalayaleh. Nato nel 1966 a Zarqa, squallido centro industriale a una ventina di chilometri da Amman, in una famiglia di origini palestinesi, da ragazzo si dimostra prepotente, ambizioso e semianalfabeta: un piccolo delinquente. Nel 1987 è in carcere, dove viene avvicinato dai «Fratelli musulmani». È la svolta della sua vita. Quel giovane con un futuro da gangster si converte all’Islam fondamentalista. Nel 1989 si unisce alle migliaia di volontari partiti dal mondo arabo per combattere l’Armata Rossa che ha invaso l’Afghanistan. Prende il nome di battaglia di al Zarqawi, in onore della sua città natale e parte: arriva che i sovietici si sono già ritirati, ma partecipa alle successive battaglie tra le fazioni e riceve l’addestramento da combattente jihadista. Torna in patria nel 1992, poco dopo viene arrestato e condannato a 7 anni di carcere per aver tentato di rovesciare la monarchia al fine di sostituirla con un Califfato. Esce grazie a un’amnistia e appare sempre più convinto della propria scelta: la Guerra Santa è la via per tornare all’Islam delle origini. Ma non può certo rimanere in Giordania, dove è troppo conosciuto; scappa all’estero.
Va dapprima in Europa; qui, secondo l’intelligence tedesca entra nelle file di un’organizzazione che, pur avendo gli stessi fini di Al Qaida, non riconosce Bin Laden. Poi torna in Afghanistan, ad Herat, dove avvia un campo di addestramento per la produzione e l’uso della armi chimiche. I suoi rapporti con Osama migliorano, ma quando, dopo l’11 settembre 2001, l’esercito Usa attacca l’Afghanistan, Zarqawi anziché combattere, fugge, per ragioni che ancora oggi non sono chiare. Era d’accordo o no con Bin Laden? Zarqawi si rifugia in Iran e poi in Irak, dove entra in contatto con Ansar al-Islam, un gruppo curdo islamico collegato ad Al Qaida.
Sembra una figura marginale e, senza dubbio, in quel momento lo è. Crea un’organizzazione, Tawhid wal Jihad, a cui viene attribuita l’uccisione di un diplomatico americano ad Amman nell’ottobre del 2002. Poi sparisce di scena. Le truppe americane invadono l’Irak, ma lui non combatte. È un accorto stratega. Se è impossibile vincere la guerra, occorre distruggere la pace.
Zarqawi ha pazienza e ha imparato la lezione dell’11 settembre: sa che pur avendo a disposizione pochi uomini si possono provocare danni immensi, a condizione di saper suscitare il clamore dei media. Bastano pochi attentati, ma al momento giusto. E così è. Nell’agosto 2003 un’autobomba distrugge la sede dell’Onu: 23 morti. Dieci giorni dopo un kamikaze fa strage di sciiti a Najaf. Infine, Zarqawi nella primavera 2004 diffonde i filmati della decapitazione di diversi ostaggi occidentali. Parte degli iracheni capisce di poter opporsi agli americani e inizia a organizzare altre azioni terroristiche. Il Pentagono è preso alla sprovvista. Su Zarqawi iniziano a diffondersi molte leggende, come quella secondo cui avrebbe una gamba artificiale. Per tre volte viene dato erroneamente per morto. Washington lo vuole prendere a ogni costo e promette una ricompensa di 25 milioni dollari, la stessa di Bin Laden. A Ramadi Zarqawi sfugge d’un soffio alla cattura. Nell’ottobre del 2004 annuncia l’affiliazione ad Al Qaida e Osama lo nomina suo vice in Irak.
Zarqawi diventa un mito, alimentato dagli stessi americani, che, come rivela la Washington Post, preferiscono attribuirgli la responsabilità di gran parte degli attentati pur di non legittimare la resistenza saddamita irachena. Lui sta, ovviamente, al gioco e non smentisce. Ma la pressione dell’intelligence Usa diventa intensa. Negli ultimi mesi il mujaheddin giordano passa più tempo a nascondersi che a guidare i suoi uomini. In aprile si scopre in un covo un filmato in cui durante un’esercitazione appare grasso, maldestro, a tratti ridicolo. Non è più lui. La fine è vicina.