È il taglio delle tasse che elimina gli sprechi

di Corrado Sforza Fogliani

La lotta agli sprechi è sacrosanta. Anzi, è la prima emergenza. Ma si tratta di vedere come la si vuol fare.
La via tradizionale è quella di individuare sacche di spreco, e di intervenire. Ma è una via impervia. Si rivoltano, da noi, Comunità montane al livello del mare, Camere di Commercio con qualche decina di dipendenti, Tribunali che emettono 30 sentenze all’anno, Province (e Comuni) che non hanno ragion d’essere, Prefetture che hanno niente da fare. Si rivoltano persino i Consorzi di bonifica, incuranti della latente rivolta del Paese contro i loro privilegi. Tutti invariabilmente - all’unisono - sostengono che bisogna distinguere caso da caso, non fare di un’erba un fascio, che ci sono i virtuosi e gli inefficienti, che i tagli debbono essere selettivi. E tutti hanno pronto un dato o l'altro che gli dà ragione. Così, per questa via non si combina niente, o quasi. Questa via può far comodo alla classe politica (alla quale - alla fin fine - lascia il potere di scegliere dove tagliare e dove no, magari con la spruzzata di un pizzico di clientelismo), ma alla fin fine lascia il tempo che trova. Com’è sempre stato finora.
La tradizionale via di lotta allo spreco va abbandonata. Ne va imboccata (con decisione e con coraggio) una tutt’affatto nuova. La via maestra è quella di tagliare le tasse, di «affamare la bestia» (della spesa pubblica), come si dice negli Stati Uniti. Se si tolgono risorse ai burocrati ed ai politici (in modo limitato, ma irriducibilmente continuativo negli anni), saranno loro - per forza di cose - ad individuare gli sprechi, e a cominciare da quelli i tagli. E non si alzeranno più le barriere contro l’«utilità» di uno spreco o dell’altro.
In un Paese nel quale il potere di spendere è nelle stesse mani di chi ha il potere di tassare, o funziona il metodo che s'è detto o - quando si è nelle condizioni in cui è la finanza pubblica in Italia - si va al fallimento. Non c’è altro rimedio.
I lai, naturalmente, si solleveranno ugualmente, eccome se si solleveranno. Ma non bisogna lasciarsi convincere dall’«assioma» - che pure sarà regolarmente invocato, in coro - dell’incomprimibilità (data - per definizione - come assodata, paradossalmente) della spesa pubblica. E, tantomeno, bisogna lasciarsi commuovere dal ricatto del taglio ai servizi sociali (solitamente invocato, in Italia, dagli enti locali: che è proprio dove si annida la vera voragine dello spreco, che Brunetta ha comunque cominciato a scoperchiare, altro che auto blu...). Per proseguire inesorabilmente nel taglio delle imposte, come unico mezzo al fine di tagliare la spesa pubblica e quindi gli sprechi, bisogna solo ricordarsi della Svizzera e della sua storica saggezza di separare gli organi di spesa dagli organi che decidono le imposte (i Parlamenti, nacquero proprio per questo, com’è ben noto, ma essi stessi non se ne ricordano più, anzi). Nel 1975, così, il governo svizzero sottopose ai votanti un referendum per l’aumento delle aliquote fiscali. I votanti rifiutarono decisamente. Quando venne chiesto a un eminente cittadino cosa tale evento significasse, egli rispose, del tutto tranquillamente: «Il governo deve vivere di quello che ha, proprio come tutti noi».