Tajani: "La Ue cerca alternative alla Cina per gli acquisti di materie prime"

«Abbiamo ricevuto l’allarme dall’industria di tutti i Paesi europei, da ogni settore produttivo: l’approvvigionamento di materie prime da Paesi extraeuropei sta diventando sempre più difficile e costoso. Così abbiamo deciso di intervenire». Antonio Tajani, vicepresidente della Commissione europea e commissario all’industria, ha un obiettivo strategico dichiarato: «Difendere il settore manifatturiero, riportare l’industria al centro dell’economia, perchè è lì che si fa la politica sociale e che si creano i posti di lavoro».
In che cosa consiste il problema delle materie prime?
«Abbiamo stilato l’elenco di 14 materie prime che sul mercato presentano criticità d’acquisto; sono elementi di base spesso essenziali per produzioni avanzate. Di queste, otto sono, di fatto, monopolio cinese. A cominciare dalle terre rare, che per il 97% provengono dalla Cina: si tratta di minerali essenziali all’industria dell’energia, per la produzione di lampadine, di televisori, di strumenti biomedicali, di pannelli solari...»
Gli altri materiali quali sono?
«La Cina controlla il 91% delle vendite di antimionio, il 72% del germano, il 56% della grafite, il 58% dell’indio, il 56% di magnesio, il 78% del tungsteno... E la domanda europea è in crescita».
Di conseguenza, ci sono tensioni sui prezzi: è così?
«Alla Borsa di Londra i prezzi li fanno i cinesi».
Come avete deciso di muovervi?
«Su più direzioni. Innanzitutto abbiamo avviato la ricerca di produttori alternativi. Un’area è l’Africa, dove poco prima di Natale ho firmato un protocollo, a Tripoli, da cui potranno scaturire importanti accordi commerciali. Stessa cosa stiamo facendo in Russia, dove sono già avviate delle trattative, mentre in primavera andrò personalmente in America Latina a gettare le basi per nuove iniziative».
Poi?
«Intendiamo favorire l’incremento delle attività estrattive in Europa, nel rispetto dell’ambiente. Infine, vogliamo promuovere la ricerca per favorire il recupero di materiali nobili dai rifiuti. Per esempio, nessuno è ancora riuscito a estrarre le terre rare contenute nelle lampadine fulminate, e questo è un obiettivo che vogliamo incentivare».
Lei pensa che con queste azioni l’Unione Europea riuscirà a tenere sotto controllo la Cina?
«Ovviamente ci siamo posti il problema di possibili ostacoli, quali un blocco delle vendite o artificiosi rialzi nei prezzi. Stiamo studiando, appunto, delle reazioni di tipo commerciale che diano all’Europa degli efficaci sistemi di difesa, coerenti con le nostre priorità. Naturalmente, il primo di tutti gli strumenti è il dialogo...».
Che cosa intende per “nostre priorità“?
«L’industria. La competitività delle nostre imprese. É un tema centrale nel quale convergono temi economici e sociali, manifattura e posti di lavoro. É in questo quadro che ho personalmente proposto al presidente Barroso di dar vita a un’Agenzia che controli gli investimenti extracomunitari all’interno dell’Unione: che vengano, ma non per impoverire il nostro tessuto industriale».
Il caso Draka insegna...
«Certo: e che l’italiana Prysmian, grazie all’acquisizione del gruppo olandese, sia oggi prima nel mondo nel settore dei cavi più avanzati, è una vittoria europea sulle insidie cinesi. Dobbiamo comportarci come già avviene negli Stati Uniti: fare un controllo degli investimenti dall’estero. Abbiamo settori delicati come l’industria della sicurezza e quella della difesa con un know-how particolarissimo che deve restare in Europa. Dobbiamo difendere la nostra industria e impedirne, per quanto possibile, la delocalizzazione».
Questo vale anche per la Fiat?
«Sicuramente: mi auguro che non lasci l’Italia, l’Europa. Bene gli altri mercati: ma che il cuore resti qui».