Tam-tam tra bielorussi: «Maria torni in Italia»

La gente su un forum: «Meglio che stia da voi»

Monica Bottino

da Genova

«Grazie alla famiglia italiana che voleva tenersi la nostra bambina, altro che delinquenti. Grazie a loro i nostri figli possono avere un futuro migliore». «È vero, hai ragione, quei Giusto hanno ragione, gli italiani hanno fatto tanto per il nostro popolo, facciamo qualcosa per dargli la bambina». «L’hanno rapita? Hanno fatto bene! Vogliamo che la bambina sia loro restituita». Basta andare su www.tut.by per rendersi conto di cosa pensino i bielorussi che sfidano la dittatura sul caso di Maria. Il forum conta migliaia di contatti al giorno e vi partecipano coloro che dalle parti di Minsk hanno un computer e sanno usarlo, insomma dirigenti, professionisti, professori, insegnanti e quanti appartengono alla classe medio-alta. La discussione non lascia spazio a interpretazioni: il mondo della rete non conosce le censure del regime di Lukashenko che chiude i giornali non allineati e incarcera gli oppositori politici. Il mondo della rete è libero e fa conoscere quella Bielorussia fatta di gente che - su una cosa l’ambasciatore in Italia Alexey Skripko aveva ragione - ama incondizionatamente il nostro Paese.
O, meglio, ama l’Italia perché sa quanto più di altri ha fatto per la gente di Chernobyl, in materia di aiuti umanitari. Nel forum decine di persone parlano quotidianamente di Maria. C’è chi scrive: «In Italia, in Australia, dappertutto ma non qui». C’è chi si indigna per il blitz con il quale la bambina è stata rimpatriata, in piena notte, senza nemmeno poter salutare le persone che considera genitori. E se qualcuno non si dimostra d’accordo e approva la linea dura governativa, in dieci gli rispondono subito: «Potevi prenderla tu. Adesso la bambina è in istituto, vorresti che i tuoi bambini crescessero in istituto?». «Io non me lo posso permettere, meglio se restava in Italia». «Chi di voi si prenderebbe una bambina di 10 anni? Una bimba che viene da Vileika dove ci sono ragazzi che hanno problemi gravi? Lo fanno solo gli italiani». «Chiara Bornacin fa il nostro dovere, quello che dovevamo fare noi».
Lo sanno bene i bielorussi quanto ha fatto l’Italia per Minsk. Le famiglie iscritte alle associazioni hanno inviato aiuti umanitari, realizzato strutture di accoglienza. Inviano regolarmente medicinali, generi alimentari, abiti. E accolgono i bambini per le vacanze terapeutiche. Su circa 35mila che ogni anno frequentano l’Italia, solo per 600 c’è un desiderio di adozione. Eppure, anche su questi pochi casi esiste un blocco voluto dal governo di Lukashenko. E ciò è avvenuto ben prima del caso Cogoleto, ma nasce da una politica di contrapposizione all’Occidente che, se da una parte serve perché rappresenta un ricco flusso economico, dall’altra rappresenta il mostro capitalistico che vuole «infettare» le menti dei più piccoli.
Invece i bielorussi non sono contrari all’adozione internazionale. «La mia gente sa che se un bambino è amato, va bene che venga anche in famiglia in Italia - racconta Larissa Sazanovitch, psicologa di Minsk, che vive nel nostro Paese da quindici anni -, lo dimostrano anche le discussioni in questi forum dove il 95 per cento dei contatti è a favore dei Giusto. La gente non è favorevole a questa politica del governo di Minsk, anche se Lukashenko cerca di favorire l’adozione interna non sono tante le famiglie che possono permettersi di ospitare un bambino». Secondo la dottoressa Sazanovich che ha seguito molti casi di bambini di Chernobyl arrivati in Italia, serve un nuovo approccio all’ospitalità. «Ho sentito dire che d’ora in poi verranno in Italia solo i bambini che provengono da famiglie, mentre per gli altri si faranno colonie per evitare che si affezionino a chi li ospita - dice -. Mi sembra una crudeltà inaudita: vuol dire che chi è nato sfortunato senza famiglia non può nemmeno averne una che gli vuole bene una volta all’anno? Ma ci rendiamo conto che un bambino che ha sempre vissuto in istituto e che non ha mai visto una famiglia non potrà, una volta adulto, formarne una sua? È invece giusto formare le famiglie e aiutarle a gestire, insieme ai bambini il distacco necessario quando questi piccoli ritornano in patria». Oggi, intanto sono attesi a Brescia due gruppi di bimbi bielorussi in soggiorno terapeutico. I primi da quando è scoppiato il caso Maria.