"Tante intercettazioni prolungate inutilmente"

Anno giudiziario 2009, l’accusa del primo presidente della Cassazione
Vincenzo Carbone: "Bisogna vietare le proroghe se non si raggiungono
risultati apprezzabili, tranne in casi eccezionali e rigorosamente
motivati"

Roma - I fili rossi dell’inefficienza e dei ritardi della giustizia formano quello che il Guardasigilli Angelino Alfano chiama un «inestricabile nodo gordiano». Ma all’inaugurazione dell’Anno giudiziario tutti gli oratori sono d’accordo che la crisi può e deve essere risolta, con una riforma «organica» e «condivisa». E un po’ tutti toccano uno dei punti più delicati in discussione in questi giorni, quello delle intercettazioni.

Nell’aula solenne del «Palazzaccio» siedono il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano e le massime cariche dello Stato, quando il Primo presidente della Cassazione, Vincenzo Carbone, dice nella sua relazione: «Il principale problema della questione intercettazioni è nella loro abnorme e poco giustificata reiterazione nel tempo. Dovrebbero essere vietate le proroghe se nel periodo inizialmente stabilito non si sono raggiunti risultati apprezzabili, tranne casi eccezionali rigorosamente motivati».

Proprio il giorno prima il governo ha presentato alla Camera gli emendamenti al ddl in questione, fissando appunto limiti di tempo: 30 giorni più una proroga di altri 30 al massimo. Per Carbone bisognerebbe anche impedire la trascrizione nei provvedimenti giudiziari di tutte le intercettazioni, con gravi rischi di violazione della privacy. Dovrebbero essere escluse, dice, le parti non penalmente rilevanti e trascritte con una motivazione solo quelle utili al processo. Inoltre, ci vorrebbe un «archivio riservato delle intercettazioni», accessibile a pm e avvocato.

Il nuovo Procuratore generale, Vitaliano Esposito, calca invece l’accento sul fatto che le intercettazioni sono «strumenti utili per il contrasto a diversi fenomeni criminali e ancora di più necessari per le indagini sulla criminalità organizzata o finalizzate alla cattura di latitanti, in un periodo storico in cui il contributo dei collaboratori di giustizia è estremamente ridotto».

Alfano si preoccupa, però, delle cautele necessarie per impedirne la diffusione illegittima. Impedire che già nella fase d’indagine un cittadino, anche non accusato o sospettato di nulla, finisca nella «gogna mediatica». Ma i limiti alle intercettazioni hanno già causato una levata di scudi da parte delle opposizioni e anche ieri le critiche non sono mancate.

Per il ministro ombra Pd della Giustizia, Lanfranco Tenaglia, il governo non affronta i reali problemi della giustizia: con la legge sulle intercettazioni «limita uno strumento di indagine fondamentale, facendosi beffa anche degli appelli del presidente della Camera, mentre con la riforma costituzionale intende solo regolare i conti con la magistratura». L’Anm, poi, dice che le «drastiche limitazioni» previste dal governo comportano «sostanzialmente l’abolizione di questo strumento investigativo, un grave colpo alla lotta contro la criminalità». Le intercettazioni servono certo, commentano i penalisti italiani guidati da Oreste Dominioni, ma devono essere usate correttamente, non «quale strumento di ricerca della notizia di reato».

Troppo spesso, spiega Carbone, i magistrati intendono la giurisdizione come «potere» e non come «servizio». Così, cedono a «tentazioni mediatiche» e di protagonismo, si buttano in scontri clamorosi con i colleghi (il riferimento alla guerra tra le procure di Salerno e Catanzaro sul «caso De Magistris» è evidente), iniziano «auto-indagini condotte solo nel perseguimento di una personale ricostruzione accusatoria». Il Primo presidente non fa sconti alle toghe che sbagliano, a quelle che manifestano una sorta di «narcisismo autoreferenziale» come a quelle che firmano «sentenze corsare» in contrasto con una consolidata giurisprudenza. E in sintonia con il Pg Esposito dice «no» alla politicizzazione dell’azione dei magistrati, col rischio che si tramutino in «tribuni della plebe» e che ne venga snaturata la funzione con la celebrazione di «processi mediatici» che devono essere evitati.

Frasi che scatenano l’attacco del leader dell’Italia dei Valori, Antonio Di Pietro: «La questione giustizia non si risolve mettendo il bavaglio ai magistrati, né accusandoli di narcisismo, giacché la loro esposizione mediatica è conseguente al fatto che in molte inchieste sono coinvolte persone di primo piano del mondo della politica e degli affari e ciò comporta, necessariamente, un’esposizione mediatica».
È anche effetto della riforma, ma c’è un boom di azioni disciplinari promosse dal Pg della Cassazione: nel 2008, 150 per 183 toghe. E il Csm «non chiude un occhio», assicura il vicepresidente Nicola Mancino.