Il tariffario di Azouz per foto e interviste

Trattava su tutto: dalle immagini di Raffaella e Youssef scattate dopo la morte alle esclusive sul massacro. Le Fiamme Gialle lo intercettavano per svelare l’attività di
spacciatore. Ma al telefono lui vendeva il proprio dolore a prezzi
modici. La voce sulla vendita al miglior offerente circolava ma era stata liquidata come una maldicenza

da Milano

Due anni di intercettazioni, prima e dopo quel pomeriggio di inferno. Nell'inchiesta della Guardia di finanza su Azouz Marzouk ci sono le due facce della vita del ragazzo di Zoughuan, Tunisia, arrivato in Italia a cercare fortuna facile. La vita prima del massacro: la vita ordinaria di un balordo di paese, un trafficante di droga come ce ne sono tanti, italiani e stranieri, clandestini e regolari. Poi c’è l'11 dicembre, c'è l'orrore, la cascina nel centro di Erba trasformata in mattatoio e data alle fiamme, sua moglie e suo figlio massacrati insieme a due vicini. Azouz viene accusato, la scampa in fretta solo perché dimostra che era a duemila chilometri da lì, quando i suoi cari venivano uccisi con tanta ferocia. Ma, da quel momento in avanti, tutto cambia.
Azouz non è più un pusher sconosciuto. È famoso, è un personaggio mediatico. È il marito e il padre delle vittime di un delitto orrendo. Anche in quei giorni, il suo telefono è sotto controllo. Sotto controllo rimane nei mesi successivi. E i finanzieri che - nel chiuso delle sale ascolto - intercettano, registrano e trascrivono le sue telefonate, si trovano davanti a un uomo nuovo. Un uomo che si trova a fronteggiare l'assalto dei media. E che davanti a quell'assalto sembra trovarsi - per quanto doloroso sia ammetterlo - a suo agio.
Essere il parente di una vittima, in Italia, non è solo una tragedia. Perché al dolore della perdita si assomma l'incubo dei talk show, delle rivelazioni, delle interviste a puntate. In questi anni ci sono passati in tanti: il marito della Franzoni e i genitori di Chiara Poggi e la famiglia di Meredith. Ognuno ha risposto a suo modo, con quello che gli dettava l'animo: pazienza, rassegnazione, irritazione, rabbia. Le intercettazioni della Guardia di finanza raccontano che anche lui, Azouz, ha reagito a suo modo: ha cercato di guadagnarci su. Spesso e volentieri ci è riuscito.
Così, da tempo, si diceva tra i giornalisti: e sembravano malignità, pettegolezzi che andavano a infierire su un uomo già tanto provato dalla sofferenza. Ora, invece, le intercettazioni della Finanza raccontano che è tutto vero, che Azouz - magari spinto dalla necessità, dal processo incombente, la vita devastata, le spese legali - ha trasformato in un piccolo business il suo ruolo di parente delle vittime. Nelle intercettazioni realizzate dagli investigatori c’è accanto alla storia dell’Azouz venditore di droga anche l’Azouz che vende il suo dolore: con tanto di tariffario, un tot per un’intervista, un tot per una rivelazione esclusiva. Un tot per la foto di Raffaella e Youssef da vivi. Un tot per la foto di Raffaella e Youssef da morti.
Prezzi modici, si dice. Davanti alle richieste di Azouz a volte i media si tiravano indietro, spaventati - più che dall’importo preteso - dal fatto che Aozuz avesse inventato il mestiere di familiare superstite. Altre volte, accettavano. Difficile fare il conto di quanto abbia fruttato all’uomo questo piccolo mercato. Non molto, probabilmente, visto il tenore di vita cui Azouz era comunque confinato: e che ieri Fabrizio Corona (anche lui più volte registrato nelle intercettazioni di questa inchiesta) indica come prova provata dell’innocenza del suo amico tunisino.
Che Azouz non facesse la vita di un grande narcos è fuori discussione: anche se, in occasione della sua ultima uscita pubblica, l’udienza preliminare contro Olindo Romano e Rosa Bazzi, fece una certa impressione il suo arrivo in tribunale con i simboli più ovvi e quasi ingenui del lusso, gli occhiali, il telefonino, le brache griffate, il suv dell’amico calabrese. In quelle stesse ore, mentre nell’aula al pian terreno Azouz consumava il suo gelido faccia a faccia con Olindo Romano, nello stesso palazzo di giustizia i computer della Guardia di finanza registravano file su file le sue telefonate. Ora in mano agli inquirenti c’è una montagna di conversazioni in cui sarà difficile scremare ciò che è penalmente rilevante da ciò che non lo è: perché i due business di Azouz, il fumo e la coca da una parte, la sua rabbia di padre e marito dall’altra, spesso si intrecciano l’uno con l’altro, trama e ordito di una vita ormai sopra le righe, e le due facce di Azouz si sovrappongono, si confondono, si mischiano nell’apoteosi di un uomo non all’altezza della propria tragedia.