In tasca agli statali oltre metà del bilancio italiano

Unioncamere: lo
Stato impiega il 54% della spesa totale per gli stipendi dei dipendenti
pubblici. Dal 2001 competenze trasferite agli enti locali, ma la spesa di Roma per le buste paga, invece di diminuire, è aumentata

Di ogni euro che lo Stato spende, 53 centesimi e mezzo se ne vanno per gli stipendi dei dipendenti: ovvero, oltre la metà della cifra investita da Roma per i servizi ai cittadini (ministeri, enti e agenzie, esercito e forze dell’ordine) viene impiegata per pagare il dipendente incaricato di erogare il servizio. È quanto emerge dall’indagine a tappeto sui costi della Pa svolta da Unioncamere Veneto, dossier che sarà presentato domani presso la sede di Unioncamere a Venezia.
Il dato, di per se stesso impressionante (non serve certo essere degli esperti economisti per capire che l’efficienza nella Pa è ben lontana dall’essere raggiunta, se per ottenere un risultato che vale «46» devi investire «100») assume dimensioni paradossali se comparato alla situazione delle amministrazioni locali. A fronte del 53,5% della spesa totale gestita dallo stato impiegata in buste paga, i comuni spendono solo il 27,6%, e le regioni il 14,6%.
Prima di urlare allo scandalo, una piccola ma doverosa parentesi: le differenze delle funzioni tra Stato centrale ed enti locali hanno un ruolo non trascurabile. È normale che lo staff di un ministro sia pagato più che l’equivalente gruppo di lavoro di un assessore regionale, e allo stesso modo i comuni non hanno la necessità di pagare le consulenze di professori e tecnici di cui lo Stato si avvale per la pianificazione di politiche di livello nazionale. L’aspetto più degradante evidenziato dal report di Unioncamere Veneto (e questo è il momento buono per indignarsi) è che solo quindici anni fa (nel quinquennio ’90-95) la spesa dello Stato per stipendi era di tre punti percentuali più bassa. Un aumento di poco conto? No. Soprattutto se consideriamo che dal ’95 a oggi è stata approvata la legge costituzionale che ha modificato il Titolo V della Costituzione: il famoso Federalismo. Ratificato dal Parlamento nel 2001, il Federalismo ha decentralizzato il potere amministrativo, trasferendo competenze importanti da Roma a regioni e comuni. Quindi lo Stato, nonostante la diminuzione delle funzioni (basti pensare all’amministrazione sanitaria, diventata competenza regionale) non solo non ha diminuito le spese, ma anzi le ha aumentate. Perché? Perché i funzionari statali non hanno seguito lo stesso iter delle competenze; non si sono decentralizzati: dal 2001 a oggi non un solo dipendente è stato trasferito dall’amministrazione statale a quelle periferiche. A differenza di quanto accaduto negli altri Paesi europei. In Spagna a esempio si è verificato nell’ultimo decennio un decentramento di poteri simile al nostro: ora, Unioncamere sottolinea che se l’Italia raggiungesse le performance della Spagna (numero dei dipendenti pubblici in rapporto alla popolazione) i contribuenti italiani dovrebbero versare 14 miliardi di euro in meno (lo 0,9% del Pil). Se riuscissimo poi a eguagliare i tedeschi, avremmo un risparmio di ben 27 miliardi, cioè l’1,8% del Pil. Un sogno, difficilmente realizzabile. Perché se lo Stato esce dal rapporto di Unioncamenre con le ossa rotte, neanche le amministrazioni locali sono il regno dell’ottimizzazione delle risorse. Ma anche questo a causa delle politiche dello Stato: i meccanismi di perequazione messi in atto da Roma nel pianificare la distribuzione delle rimesse verso gli enti locali hanno infatti alimentato l’inefficienza. Tra le 11 regioni che guidano la graduatoria dei trasferimenti pro capite, sono nove quelle che hanno una spesa per il personale più alta della media. Un esempio: Il Molise ha 28 dirigenti regionali ogni 100mila abitanti. La Lombardia ne ha tre. Il Veneto quattro.