Tasse, assalto al tesoretto bis Il gettito boom scuote l’Unione

Bersani: allo studio sgravi alle imprese. Il ministro del Lavoro: «No, vada al welfare»

da Roma

Le imprese si mettano l’anima in pace. E con loro il presidente di Confindustria Luca Cordero di Montezemolo. Il tesoretto bis, inatteso regalo di Ferragosto degli italiani al governo, non sarà cosa loro. Per un motivo molto semplice, che le imprese hanno già avuto la loro parte in tema di agevolazioni, ricorda il ministro del lavoro, Cesare Damiano, con l’introduzione del cuneo fiscale, «operativo dal luglio scorso». Quindi lasciate ogni speranza sulle entrate. Salvo poi fare qualche piccola apertura sulla possibilità di «procedere a ulteriori razionalizzazioni». Un riferimento, forse, all’ipotesi confermata anche ieri il ministro per lo Sviluppo economico, Pierluigi Bersani, di lavorare con Montezemolo alla riduzione degli incentivi a fronte di un taglio dell’Irap. Una proposta, venuta dal presidente di Confindustria sui cui, ricorda Bersani, «i tecnici stanno studiando» per vedere insieme «come e cosa si può fare». E allora dove andrà a finire l’extragettito? Damiano sembra piuttosto sicuro che le risorse aggiuntive andranno utilizzate «nella direzione dello stato sociale e dei più deboli». Ossia, «pensionati a basso reddito, giovani dal lavoro discontinuo, disabili, non autosufficienti, proseguendo sulla strada che coniuga sviluppo ed equità sociale». Una delimitazione di campo attraverso cui, pur non dichiarando il quantum del tesoretto da impiegare, il ministro del Lavoro manda chiari segnali all’ala massimalista della maggioranza, Prc e Pdci in testa, che sin dalla prima ora avevano rivendicato le nuove risorse per la modifica dell’accordo su welfare e pensioni. Visto che anche ieri, il coordinatore dei comunisti italiani, Marco Rizzo, era ripartito alla carica ricordando che «ora ci sono le risorse per rivedere profondamente il protocollo». Una posizione intransigente che nella sostanza condivide anche il capogruppo di Rifondazione al Senato, Giovanni Russo Spena che però invita a non replicare «il balletto» già andato in scena a luglio in occasione del «primo» tesoretto. E in più fa un passo verso i «doveri» di coalizione posizionandosi in sostanza sulle parole di Prodi, che pur rimandano la questione a settembre, aveva rimesso le ipotesi di destinazione dei nuovi introiti alla collegialità del dibattito sulla finanziaria. Non solo. A sorpresa Russo Spena riconosce al governo anche i meriti per l’extragettito. Un’ammissione che sa di risposta agli appunti di Damiano per cui il tesoretto è la dimostrazione che al di là di quello che ingiustamente viene sostenuto da alcuni rappresentanti della sinistra radicale, in tema di lotta all’evasione «il governo sta applicando efficacemente il suo programma». Come, ribadisce Damiano chiudendo il dibattito, va «applicato integralmente» il protocollo. Una necessità a cui, dall’ala riformista della maggioranza, fa sponda il senatore della Margherita Lamberto Dini, che boccia senza mezzi termini l’eventualità di una riforma dell’intesa sottoscritta a luglio tra governo e parti sociali. «Sono solo chiacchiere - sottolinea l’ex ministro del Tesoro - non esiste nessuna modifica, non c’è nessuna possibilità di rivedere l’accordo». E se l’aumento dell’extragettito è sicuramente un fatto positivo perché «renderà più facile il lavoro in Finanziaria che non conterrà un aumento delle imposte», per Dini è importante che il governo non ceda ai facili entusiasmi. Un invito secco a imboccare la strada verso una forte riduzione della spesa corrente anche perché nel Dpef «sono indicate spese per circa 19-20 miliardi di euro: il nuovo contratto degli statali, la riforma pensionistica, che nei primi anni costerà diversi miliardi, le spese per le infrastrutture», con cui bisognerà fare i conti. Non dimenticando, tra l’altro, i «nostri impegni comunitari». Visto che, conclude Dini, «l’Italia resta uno degli anelli deboli dell’Europa».