Dalla tavola bronzea gli eterni conflitti tra Genuati e Veturii

Le controversie territoriali tra le popolazioni che formarono le aree urbane di Genova e di Voltri

Edoardo Musicò

Sono trascorsi 500 anni da quando il contadino polceverasco Antonio Pedemonte, mentre dissodava un pezzo di terra nei pressi del greto del torrente Pernecco, a Isola di Pedemonte, vicino a Serra Riccò, si accorse che la sua zappa aveva incontrato un ostacolo. Incuriosito, Pedemonte sgomberò la terra facendo emergere una lastra rettangolare in bronzo alta 375 mm e larga 475. Fu la scoperta di uno dei più prestigiosi reperti dell'antichità romana, perché il documento, noto come «tavola bronzea» riporta la trascrizione della sentenza pronunciata nel 117 a.C. dai fratelli Quinto e Marco Minucii, delegati dal Senato di Roma a giudicare e a dirimere la contesa per i confini scoppiata tra i Genuati, abitanti della fascia costiera genovese, e la popolazione montana dei Veturii che si erano insediati nella zona settentrionale della Val Polcevera. Ignaro del valore storico e speranzoso di ricavarne un po' di denaro, Antonio Pedemonte vendette la tavola ad un calderaio (artigiano che fabbrica e vende recipienti metallici, specie in rame ndr) di Genova. Uno studioso passò dalla bottega del calderaio e riconobbe l'importanza del reperto, segnalandolo al governo della Repubblica che provvide all'acquisto. La tavola fu affissa ad un muro della cattedrale di San Lorenzo e fu successivamente custodita in una sala attigua a Palazzo S. Giorgio per poi essere trasferita a Palazzo Ducale. Dopo vari spostamenti, approdò a Tursi, ed è ora definitivamente collocata nel museo di Archeologia ligure di villa Pallavicini, a Pegli.
La disputa descritta nella tavola bronzea, ha origine dai dissidi tra i Genuati e i Veturii (il cui nome avrebbe un'affinità con il latino Veiturium o Viturium, l'odierna Voltri ndr). La comunità costiera dei Genuati (dal latino Genua ndr) erano state coinvolte in intensi traffici marittimi dopo il loro contatto con gli etruschi che avevano fondato il porto commerciale di Genova. Lo stile di vita, infatti, era molto progredito e i resti di vasellami e suppellettili delle tombe dei Genuati erano in stile etrusco. E non meno importante era stata l'influenza greca, grazie agli scambi commerciali e alla presenza di un gruppo di greci. Le comunità rimaste confinate nell'entroterra, al contrario, avevano usanze molto più primitive, legate all'inviolabilità del loro territorio, alla caccia e ad una forma rudimentale d'agricoltura. Poco amanti della navigazione, i liguri delle zone interne erano comunque ottimi combattenti e lo storico Diodoro Siculo ha raccontato che pur essendo di bassa statura e poco robusti, erano in grado di sconfiggere in duello i guerrieri galli, notoriamente alti e fisicamente più imponenti.
Durante la seconda guerra punica (218-202 a.C.) i romani contarono sull'alleanza di Genova, mentre i centri rivieraschi di Ponente e l'entroterra sostennero i cartaginesi. Dopo la vittoria su Annibale, l'esercito romano sottomise l'intero territorio della Liguria, facendo terra bruciata a Ponente. Ma, come ha ricordato Rino Di Stefano nel suo articolo «I misteri degli antichi liguri», i romani subirono non poche batoste da parte dei bellicosi guerrieri dell'entroterra e fu necessario un massiccio impegno militare, culminato con la deportazione di 40.000 famiglie liguri nel Sannio, non lontano da Benevento. Ma le dispute tra i Genuati e la comunità rurale dei Veturii Langenses - dal nome dell'attuale Langasco, frazione di Campomorone ndr - non si erano interrotte. I Langensi rivendicavano nuovi confini e una diversa normativa d'uso delle terre arabili, prati e pascoli, considerando che il loro territorio si trovava a cavallo della via Postumia, arteria strategica romana di collegamento tra Genova ad Aquileia, attraverso la Pianura Padana. Tale via rendeva proficuo lo smercio del fieno e dei prodotti agricoli. I Genuati, numericamente preponderanti, privilegiavano, al contrario, lo sfruttamento dei boschi della zona per le costruzioni navali, in seguito allo sviluppo dei traffici marittimi e non intendevano fare concessioni ai Veturii.
La situazione stava degenerando, quando nel 117 a.C. i romani decisero d'intervenire per evitare che le comunità liguri, federate con Roma, si combattessero tra loro, anziché vigilare sui traffici commerciali lungo il tratto ligure della via Postumia. Quinto e Marco Minucio Rufo, magistrati romani, insieme con il legato Genuate e quello Langense ispezionarono il territorio di Langasco e le zone limitrofe e risolsero la controversia, ridefinendo i confini e gli obblighi delle due comunità (spiegazione nel pezzo sottostante ndr). La sentenza dimostra l'importanza che Genova aveva raggiunto per i romani nel II secolo a.C. Non a caso, la città era stata una base navale strategica per le operazioni contro Cartagine.
L'accordo giuridico, contenuto nella Tavola bronzea, permise a Roma di mantenere il controllo di un settore strategico nel nord Italia, ma salvaguardò anche la prosperità mercantile di Genova che poté sfruttare la sua posizione all'intersezione dalle vie romane Postumia e Aurelia (quest'ultima collegava Roma a Ventimiglia, costeggiando il Mar Tirreno ndr) e rimanere il punto di partenza nelle rotte commerciali verso la Gallia e la Spagna.