Un teatrino usato come ricostituente

La ricchezza della reggia di Caserta e la povertà delle idee dell'Unione. È su questo stridente contrasto che si sta consumando quello che da sinistra qualcuno ha definito il «teatrino» del vertice della maggioranza.
La nascita della «corrente degli scettici» nel centrosinistra è una novità: certifica l’esistenza di chi ha intuito che non è saggio produrre un'iconografia maestosa del governo senza aver dato finora prova sufficiente di saper governare. Eppure Romano Prodi ha bisogno di questo vertice come un ricostituente. Non si tratta di un problema di marketing, ma di vera e propria sostanza. E gli «scettici» ne hanno colto per la prima volta i pesanti limiti mediatici e politici.
La comunicazione. Nel giro di pochi mesi il presidente del Consiglio ha sentito l'urgenza di chiudersi per ben tre volte in conclave con i suoi alleati. Il «set» prescelto segnala una sintomatica escalation: prima con understatement in Umbria a San Martino in Campo, poi a Roma nella stupenda Villa Pamphili, infine nella sfarzosa Reggia di Caserta. Così uno stanco rituale della politica italiana è stato elevato dal centrosinistra a instrumentum regni, con esiti a volte paradossali rispetto alla tradizione dei partiti e dei dirigenti della maggioranza. Prendiamo come esempio i Ds. Discendenti diretti del Pci, della storia operaia, oggi si ritrovano un gruppo dirigente che non è aristocratico eppure è distante anni luce dalla sua base. Se il risotto delicato al piccione e tartufo del vertice di San Martino in Campo era stato maldigerito dagli elettori della Quercia, è immaginabile quali effetti possa produrre un vertice convocato in una reggia. Non è un problema politico levis, leggero, ma di peso specifico enorme perché se è vero che si tratta di scelte e luoghi istituzionali, è anche vero che l’elettorato ha chiavi di lettura diverse; e riunendosi nella reggia di Caserta l’Unione trasmette distacco dal suo popolo che non percepisce come «di sinistra» tenere un conclave nel palazzo ideato da Carlo di Borbone.
Questa singolare regia mediatica - che non produce benefici in termini di audience ai partiti dell’alleanza - ha comunque un suo fine preciso e anche su questo punto la corrente scettica (forse) comincia a vederci chiaro.
La politica. La ragione fondante del terzo conclave dell’Unione è una sola: il presidente del Consiglio ha colto ancora una volta la palla al balzo. Ben sapendo di essere di fronte a un passaggio delicato e a una maggioranza friabile, ha fatto della somma delle debolezze della coalizione la sua forza. Quando la discussione entrerà nel merito dei problemi, emergerà che l’Unione è Babele, che le lingue parlate sono cento, che non c’è una koinè. In quel momento sarà chiaro che l'unico punto di mediazione possibile è ancora lui, Prodi. Sarà una mediazione al ribasso per i riformisti, ma altamente remunerativa per i massimalisti e per lo stesso Prodi che certificherà la necessità della sua figura al vertice del centrosinistra. Après moi, le deluge, dopo di me il diluvio potrà sottintendere ogni volta che qualcuno oserà metterne in discussione la leadership. Anche lo scenario sfarzoso serve al premier per ribadire il suo ruolo: caduto Prodi, per la classe dirigente del centrosinistra i fasti diventano nefasti, tramontano i grandi e piccoli privilegi del potere.
Prodi usa questi conclavi come un ricostituente. Ogni volta che si sente debilitato, ricorre alla medicina del vertice straordinario. Ma più lui si rafforza, più si indebolisce l’azione di governo.
È da questo scenario poco incoraggiante che muovono i ragionamenti della corrente scettica dell’Unione. Nonostante i proclami di Piero Fassino e le più o meno caricaturali cronache sulla «Fase 2», nessuno nella maggioranza pensa seriamente che da Caserta possa venir fuori un vero rilancio dell’azione di un governo finora improntata a un minimalismo senza precedenti (le leggi prodotte si contano sulle dita di una mano, con il Parlamento chiamato solamente a schiacciare il pulsante della fiducia).
Caricato di aspettative fuori dalla realtà, con un’agenda monstre, il conclave darà a Prodi ancora qualche mese di respiro. Fino al prossimo vertice, seminario o conclave. Ma prima o poi, nonostante l’autolesionismo di Ds e Margherita, i problemi del Paese verranno al pettine e allora neppure quel ricostituente riuscirà a rimettere in piedi Prodi.