Teatro, il ritorno della Melato: "Ho sfrattato il male da Casa di bambola"

Dopo un anno di stop, l’attrice è tornata sul palcoscenico con un doppio ruolo in Ibsen, per la regia di Luca Ronconi, e ora nel "Dolore" della Duras. Che una volta le disse: "Non sarai mai sola, perché sei una donna capace di sognare"

A veder Mariangela Melato sempre gioiosa e sorridente, armata di un innato sense of humour e di quella sana ironia che traspare da tutti i suoi personaggi, sia che dia vita alla Dame di Chez Maxime che danza al Moulin Rouge o ai tormenti di Fedra che muore d’amore per Ippolito, sembra impossibile che per un anno ce l’abbia sottratta una noiosissima malattia. Che per fortuna è alle nostre spalle. Tanto che lei per prima ne parla come di una nemica sbaragliata ad oltranza.

Solo da lei, le chiediamo?
«Anche e soprattutto da quegli amici che ogni tanto m'han scortato fuori dalle mura domestiche dove, relegata come una reclusa,mi sentivo senza scampo e senza futuro».
Per fortuna il destino, nel suo caso, è intervenuto con generosità…
«Già. Meno male che ho incontrato la Duras e poi Ibsen, auspice Luca Ronconi».

Parliamo di questi nuovi incontri, vuole?
«Con piacere. Anche perché sono stati due signori imprevisti che, come la neve in pieno agosto, finora si erano ben guardati dall’apparirmi».

Addirittura?!
«Certo. Dato che per prima cosa ho dovuto affrontare il ruolo della protagonista del Dolore, il testo autobiografico della grande scrittrice francese che mi ha condotta nell’inferno dell’ultima guerra con una donna che vaglia in preda allo sgomento i miseri effetti personali del marito. Mentre subito dopo…»

Cos’è accaduto?
«È capitato l’incredibile. Cioè Ronconi mi chiama a interpretare Casa di bambola, un testo bellissimo, niente da dire, che tuttavia fin da ragazza trovavo inadatto alla mia personalità».

Che invece si è rivelato una moneta vincente?
«Proprio così. Poiché il regista l’ha intitolato Nora alla prova, traducendolo e tradendolo, come fanno i veri ricercatori».

Può spiegarsi meglio?
«Nello spettacolo, all’inizio io non sono Nora ma un’attrice chiamata a interpretarla. Non sono in costume, vesto normalmente e comincio a sgranare le battute che mi competono solo quando vengo chiamata alla ribalta. Dove, poco dopo, incontro una collega, vestita fine Ottocento, che ripete come in uno specchio le mie stesse frasi. Come se volesse prendere il mio posto».

Un procedimento un po’ farraginoso, non trova?
«E perché mai? Serve a far capire a tutti, me compresa, che ci troviamo sulla scena, l’unica realtà in cui tutto è possibile. Sa che, dopo un po’, sia io che la mia compagna come due coinquiline che ignorano luogo, spazio e tempo, ci scambiamo i ruoli fino a coincidere e poi a dissolverci senza colpo ferire?»

Complimenti, ma non rischia di precipitare nell’intellettualismo?
«Semmai nel sogno, che è tutt’altra cosa. Me lo disse anni fa a Parigi proprio la Duras in persona, che conobbi quando giravo all’ombra della Torre Eiffel Sterminate gruppo zero, il film di Chabrol. “Non ti sentirai mai sola”, mi ripeté, “perché sei una attrice che, per fortuna, sogna anche quando si taglia una bella fetta di prosciutto!”.
Non ne dubito, ma con Casa di bambola..
«Si è scordato, caro mio, che a Ibsen, autore che vive in un gelido inverno, certe angosce si addicono? Non a me però, che Ronconi per primo voleva tramutare nel burattino Pinocchio! Tanto è vero che, dopo il successo di Filumena Marturano in televisione, voglio provarmi con figure sanguigne, impietose, persino violente. E ne ho tante nel carniere».

Chi per esempio?
«È prematuro parlarne. Ma come faccio a non urlare ai quattro venti che, per quello che forse sarà il suo ultimo film, il signor Miklòs Jancso a novant’anni suonati mi vorrebbe in mezzo a una troupe tutta ungherese a ridar vita a Madre Coraggio?»

Perbacco, questa sì che è una notizia! Ma non mi dica che c’è solo questo nella pentola d'oro di Mariangela Melato..
«C’è un sogno che mi tortura col più incessante dei pruriti. Alludo a Madame Sans-Gene, la lavandaia diventata duchessa di Danzica che riesce a piegare persino la volontà di Napoleone. Dovevo farla con Lucio Ardenzi produttore, poi con Paolo Poli regista, poi… lo sa Dominiddio. Chissà che, prima di diventar nonna del mio amato personaggio, non riesca finalmente ad acchiapparlo per la coda».